Cinema, Intervista

Emiliano Sacchetti: il mio sguardo sul Venezuela

VENEZUELA_4di Gabriele Ottaviani

Emiliano Sacchetti ha diretto Venezuela, la maledizione del petrolio, documentario in onda lunedì trenta di marzo su History (in esclusiva su Sky al canale quattrocentosette): Convenzionali gli ha posto alcune domande.

Chi sono Maduro e Guaidó?
Maduro è un politico di professione, erede designato di Chavez; è il presidente eletto nelle ultime elezioni tenutesi in Venezuela (2018). Guaidó è un politico a sua volta, in carica come presidente di uno dei due parlamenti che oggi fanno del Venzuela un caso quasi unico nel panorama politico internazionale (l’altro è la Libia); Guaidó si è autoproclamato presidente ad interim all’inizio del 2019 (subito dopo l’insediamento di Maduro, accusandolo di irregolarità) ed è riconosciuto da una sessantina di paesi nel mondo. Maduro e Guaidó rappresentano rispettivamente la linea socialista (quella di Hugo Chavez, di Cuba e del Nicaragua) e la linea neo-liberista (Trump, Bolsonaro e Duque) all’interno della politica  venezuelana.
Che ruolo hanno gli Stati Uniti, l’UE, la Russia e la Cina in questa crisi?
I grandi players della geopolitica internazionale sono presenti in Venezuela con interessi diversi. Gli americani difendono quello che considerano il loro backyard (il “cortile” rappresentato da Centro e Sud America) e applicano la cosiddetta dottrina Monroe a tutto il Cono Sur (una versione 2.0 di quell’approccio geopolitico che a fine ‘800 vide i colonialisti europei letteralmente espulsi da quel quadrante). Negli ultimi dieci anni, i russi si sono occupati di forniture militari e addestramento e hanno ovviamente interessi nel settore delle risorse (non solo il petrolio di cui il Venezuela è ricco, ma anche gas e metalli rari). I cinesi, che in caso di crisi o conflitto perseguono una politica estera improntata al non interventismo, sostengono comunque da anni governi in Africa e Latinoamerica e lavorano alacremente alla Nuova Via della seta.
Quali sono i rapporti con gli stati confinanti, in primo luogo la Colombia?
La Colombia è stata per decenni terra di emigranti, sia economici che rifugiati costretti a lasciare il paese a causa del conflitto tra FARC, milizie paramilitari e governo. E il flusso migratorio ha riguardato soprattutto il ricco Venezuela. Oggi la situazione si è invertita, e degli oltre 4 milioni di venezuelani che hanno lasciato il paese, più di un quarto sono in Colombia. Nonostante la ferma opposizione di Ivan Duque al chavismo e a Maduro, il governo colombiano è stato “costretto” ad accogliere i migranti, soprattutto perché il confine tra colombia e Venezuela è altamente poroso; ma la Colombia non è in grado di fornire occupazione ai migranti e soprattutto servizi sociali adeguati.
Come evolverà secondo lei la situazione?
Dopo un primo momento in cui Guaidó sembrava essere in grado, con l’appoggio degli Stati Uniti, di far cadere Maduro, la situazione è in una fase di stallo. A distanza di oltre un anno dal tentativo di golpe, con la pandemia ormai alle porte di Caracas ed una “Oil War” innescata dall’Arabia Saudita, la situazione del Venezuela è drammatica. A questo si devono  aggiungere le sanzioni economiche americane che impediscono al Venezuela di vendere petrolio e di accedere ai fondi esteri più il recente inserimento (la notizia e di ieri) di Maduro nella lista dei narcotrafficanti internazionali. In questa situazione di crescente crisi e di incertezza, passerà tempo prima che si vada ad elezioni e l’opzione di Maduro che rassegna le dimissioni sembra per ora molto remota. Trump sta cominciando solo ora a realizzare che la pandemia porrebbe portare danni enormi all’America (sia dal punto economico che sociale) e in più ha le elezioni presidenziali a fine anno. In questo senso la politica estera degli USA nelle zone di conflitto è oggi di bassissima intensità. I russi combattono su tre fronti (Siria, Libia e Ucraina) e cinesi hanno altre gatte da pelare. Per ora non vedo possibilità di sviluppo nel breve periodo. E questo, ovviamente, non farà altro che aggravare la situazione del popolo venezuelano sotto embargo ed esasperare sia le tensioni interne che il flusso di migranti.
Qual è il compito di un documentarista?
Raccontare storie. Spesso piccole storie, fatti e persone che il giornalismo tradizionale a volte non considera neanche o che non approfondisce essendo orientato alla ricerca della notizia (che ha un tempo di scadenza e quindi è per sua natura superata costantemente dagli eventi). Queste storie vanno raccontate con onestà intellettuale (cioè fornendo al pubblico gli strumenti per interpretarle a prescindere dal proprio punto di vista) e tecnica cinematografica. È il mestiere più bello del mondo. Poter fare cinema con attori reali in situazioni reali è tanto complesso quanto affascinante.
Quali realtà le piacerebbe raccontare in futuro?
Prima che scoppiasse la pandemia ero in procinto di partire per la Libia per raccontare la guerra civile che da quasi dieci anni insanguina il paese. Sto continuando a monitorare la situazione, a studiare e a scrivere e voglio credere che superata questa crisi, prima dell’inverno si possa partire. La situazione in Libia è drammatica e un definitivo collasso del paese potrebbe avere ripercussioni enormi per l’Europa e gli equilibri geopolitici dei paesi del MENA (Middle East e North Africa); anche prima del Corona Virus non se ne parlava abbastanza, ora ovviamente ce ne siamo dimenticati. Un altro documentario a cui stavo lavorando e che ho dovuto mettere in stand by è un film su un treno che attraversa il grande nord canadese. Ho altri progetti nel cassetto, ma in genere – per scaramanzia – non ne  parlo finché non ho risposte dai produttori. Ora è il tempo dell’attesa e della riflessione.

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