dialettologia

“Panna”

occhi-gonfi-freddodi Giuseppe Mario Tripodi

Panna, in calabro-romanzo indica principalmente la cateratta, malattia degli occhi (significato censito anche da Rohlfs) che si manifesta in forma grave con l’opacizzazione del cristallino: mi cali panna, che ti possa venire la cateratta, invettiva lanciata contro chi, invitato a raccogliere una cosa magari piccola, si attarda distratto affermando di non vederla.

Probabilmente è il femminile di panno, come se la vista fosse appannata da un telo che dal cervello scende e copre la pupilla che assume un colore biancastro.

Panno deriva da lat. Pannus, greco dorico Pãnos, entrambi significano «pezzo di stoffa» e risalgono ad una base accadica panu, «coperta da letto, lato superiore di un panno» (G. Semerano, Dizionario della lingua latina, ad vocem).

Bruno Migliorini (Migliorini – Duro, Prontuario etimologico ad vocem) ritiene che il percorso  semantico  dal «panno» al colore abbia compiuto una fermata presso il «latte»: «Crema del latte. Der. di panno (nel significato di velo che si forma sulla superficie di un liquido».

Ma, considerando che i tessuti primitivi non erano assolutamente colorati (soprattutto il lino e la lana che sono di colore naturale «bianco sporco» o beige che dir si voglia), potrebbe anche darsi che l’accezione cromatica sia stata incorporata nel «panno» ab origine.

A Narni, provincia di Terni, esiste un museo della bottega medievale dove si spiega che gli artigiani, in assenza dei vetri allora non molto diffusi, solevano appendere alle finestre un telo bianco per fare entrare la luce e non fare entrare il freddo; «panno» si disse quel telo e, quando si «appannava» per la polvere proveniente dalla strada e dalle attività interne, occorreva detergerlo per «spannarlo».

Il dialetto calabro-siculo ha anche pannizzu, panno di forma quadrangolare con cui si fasciavano le parti intime dei neonati; poi, quando cominciavano a camminare, i piccoli venivano lasciati con le pudende in libertà dato che, spesso, non disponevano nemmeno di mutandine o di calzoncini.

Pannizzu era anche un rettangolo di cotone bianco che, prima degli assorbenti industriali, veniva usato dalle donne per contenere il flusso mestruale; naturalmente veniva lavato e riusato senza creare problemi all’ambiente.

Da pannizzu deriva il verbo mpannizzari, tanto nel significato di «mettere il pannizzu» (si veda l’invettiva va fa ‘nculu tu e cu ti mpannizzau a prima vota, «vai a quel paese tu e chi ti ha messo il pannizzu la prima volta, cioè tua mamma) che in quello metonimico di stropicciare: nci ccattai un vestitu eleganti e quandu s’u cignau tornau a casa tuttu mpannizzatu, «gli ho comprato un vestito elegante e quando l’ha indossato la prima volta è tornato a casa che l’aveva tutto stropicciato».

Si noti ncignau, passato remoto di ncignari, dal greco classico kainoô, uso per la prima volta, inauguro.

  

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