Libri

“Breve storia delle macchie sui muri”

unnameddi Gabriele Ottaviani

A un individuo febbricitante capita di proiettare figure bizzarre sul muro o sulla tappezzeria; la persona sana, per parte sua, proietta la tappezzeria: è quanto Nietzsche annota in un frammento postumo. In questa affermazione, apparentemente stravagante, è condensato un motivo fondamentale del pensiero del filosofo tedesco. Ogni volta che percepiamo qualcosa, sovrapponiamo paranoicamente alla realtà uno o più significati (per esempio “libro”, “cane”, “tramonto”). Con questa operazione rendiamo sensato il mondo e poniamo le condizioni per agire utilmente. In altre parole, ci assicuriamo la sopravvivenza. I significati che imponiamo al reale sono quelli che ha elaborato la cultura di cui siamo parte e in noi vivono attraverso la lingua. Se la febbre induce talvolta l’atto paranoico individuale, è la lingua a renderci incessantemente soggetti alla paranoia della cultura. L’importanza di questa idea va ben oltre la storia della filosofia. Essa ha generato un duraturo sentimento di avversione nei confronti della lingua che nel Novecento si è espresso tanto nella letteratura quanto nell’arte. In questa, in particolare, ha assunto i tratti di quella spinta all’antiveggenza cui abbiamo fatto riferimento chiudendo il capitolo precedente. Anche Bergson affermerà che l’uomo si è strutturato in modo da operare costantemente una semplificazione della realtà. Si trattava di vivere e per vivere era necessario disporsi a cogliere nel reale soltanto le indicazioni utili ai propri bisogni oscurando tutto il resto: i bisogni vanno dritti alle somiglianze e non sanno che farsene delle differenze individuali. Tra la realtà e noi, si legge nel libro sul Riso del 1900, è frapposto un velo; tale velo è la lingua: noi non vediamo davvero le cose, leggiamo le etichette che la lingua vi ha incollato. (Della similitudine lingua-velo farà uso nel 1937 anche Samuel Beckett in una lettera molto nota ad Axel Kaun.) Un’altra metafora, oltre a quella del velo, ricorre indicativamente in Bergson e in altri autori che nei primi decenni del Novecento toccano il tema della lingua: quella dell’irrigidimento. Per disporci a coglierla, vale la pena di ricordare una buffa esperienza riferita dallo scienziato inglese Robert Hooke. In un libro pubblicato a Londra nel 1665, questi descrive la maniera nella quale gli riuscì di fare star ferma una formica…

Breve storia delle macchie sui muri – Veggenza e anti-veggenza in Jean Dubuffet e altro Novecento, Adolfo Tura, Johan & Levi. La valle di Makapan si trova in Sudafrica, ed è una delle culle dell’esistenza umana su questo pianeta che il Pascoli ebbe a definire, e viene sventuratamente da dargli ragione in maniera viepiù convinta di giorno in giorno, atomo opaco del male: era con ogni probabilità una mattina, o forse un pomeriggio, o chissà, magari ci trovavamo sul far del tramonto, quando il cielo s’arrossa e imbrunisce, tra i tre e i due milioni e mezzo di anni fa, e un australopiteco, passeggiando liberamente, come a noi in questi tempi di quarantena, per responsabilità, non è giustamente consentito fare, si è imbattuto in qualcosa che non aveva mai veduto prima, un ciottolo che, eroso dalla natura, rassomigliava a un volto. È assai plausibile che sia proprio così che sia nato il concetto d’immagine, così importante oggi come oggi, significativo nel corso della storia, un filtro attraverso cui interpretiamo quotidianamente il mondo che ci circonda, in cui ci rispecchiamo e con cui ci relazioniamo: Adolfo Tura scrive un testo divulgativo, dottissimo, interessante, istruttivo, curato con precisione raffinata, che ci fa viaggiare e imparare. Da non perdere.

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