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“Calce”

71xVvR4MfsL._AC_UY218_ML3_di Gabriele Ottaviani

Don Ciro ci sapeva fare con le parole. Un po’ meno con i fatti. Era un maestro della retorica e durante gli appassionati sermoni a volte scattava l’applauso. Le doti di coinvolgimento del prossimo che possedeva erano tali che la parrocchia registrava ogni anno un bilancio attivo di svariate migliaia di euro, che investiva tutti in lavori di ristrutturazione sia della chiesa che del piccolo convento dove abitava insieme a un frate francescano, che non si era mai fatto vedere in giro né nei locali dell’edificio della chiesa, almeno non in quelli pubblici, e a una donna che si era portato da chissà dove. Anche la donna non si vedeva mai in giro per il quartiere e non presenziava alle celebrazioni. Si sapeva che era lì perché Don Ciro non ne faceva mistero, anzi ogni tanto ne parlava come di una santa senza la quale la vita sua e quella dell’organizzazione della canonica sarebbero state un disastro. La chiesa, con tutte le ristrutturazioni i rifacimenti e gli abbellimenti, era un’accozzaglia di architetture sovrapposte, e nel grigiore in cui era stata innestata risplendeva come una corona in testa a un maiale. Una specie di miraggio pacchiano in quel deserto disurbanizzato. Un’oasi per una massa ingenua che credeva di ricevere in dono acqua per dissetarsi e invece pagava per bere sabbia. Micaela, dopo l’ultima volta che c’era stata, non vi si era più avvicinata. Il solo pensiero le faceva stridere i denti. Era stato in un tardo pomeriggio profondamente buio e freddo dell’anno prima. Una fitta e inaspettata nebbiolina ammantava l’edificio fallico della chiesa. La figura ingobbita che vide uscire dal portoncino della sagrestia per poi sparire nel giardino del convento era offuscata. Micaela bussò debole, senza ricevere risposta. Entrò lo stesso e la stanza fluorescente le perforò le pupille per alcuni istanti, tanto che dovette avanzare alla cieca. Vagò ancora per qualche minuto in quell’ambiente procedendo a tentoni, poi…

Non è rientrato nella magnifica dozzina, ma Calce – O delle cose nascoste di Raffaello Mozzillo per Effequ è stato proposto da Filippo La Porta far i cinquantaquattro iniziali pretendenti allo Strega di quest’anno con queste parole: «Perché è un reportage narrativo minuzioso sugli emigrati italiani (500.000!) in Svizzera negli anni Sessanta (percepiti come “brutti, sporchi e cattivi”), che ci fa entrare nelle loro baracche, e fin negli armadi dove si nascondono i bambini perché è vietata la ricongiunzione del nucleo. Perché ci racconta una storia recente che farebbe bene alla nostra coscienza civile di oggi, ricordandoci che la parola d’ordine degli svizzeri xenofobi – che per un soffio persero il referendum – era “prima gli svizzeri!” Perché è un romanzo epico-lirico, spietato e commosso, che tratta frontalmente la Famiglia, architrave della storia sociale del nostro paese, luogo quasi impenetrabile di affetti reali, perversioni segrete e scheletri nascosti. Perché è una narrazione polifonica, tra Italia e Svizzera, fitta di personaggi ritratti in modo incisivo e che disegnano una genealogia “mitica”: dal patriarca mastro Michele – e dalla moglie Carmela – alla sorella Rosa, a Salvatore e Irina, a Micaela… Perché ci dà una rappresentazione della morte in un reparto oncologico che non ci dimentichiamo: “ogni morte tiene un alito specifico che soffia piano finché non c’è più. A quel punto quando la vita si è dissolta anche la morte muore, gli odori cominciano invece a rassomigliarsi tutti”. Perché dal punto di vista della tecnica narrativa alterna la terza persona a una seconda persona usata in modo virtuosistico. Perché una bambina a 9 anni vede due tossici che si scambiano le siringhe e poi si baciano appassionatamente, fino a lasciarsi cadere a terra tramortiti, e ne resta segnata (straordinaria immagine simbolica di un quotidiano in cui si mescolano amore e degrado). Perché ci parla di crepe lasciate dalla calce sulla parete che non puoi sistemare con due colpi di spatola, e che ci costringono a una resa dei conti: o precipitando o aprendoci a una verità che potrebbe salvarci.» Potente, duro, feroce, lirico, emozionante, straziante, necessario, Calce, scritto letteralmente in stato di grazia, narra di una famiglia alle prese con segreti e fatiche: eccellente e monumentale.

 

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