Intervista, Libri

“Gli anni incompiuti”: intervista a Francesco Falconi

Falconi_coverdi Gabriele Ottaviani

Francesco Falconi ha scritto il meraviglioso Gli anni incompiuti: Convenzionali con gioia lo intervista per voi.

Da dove nasce questo romanzo?

Ogni mio romanzo nasce da una domanda che mi assilla e per la quale devo trovare risposte. In questo caso il quesito è stato: può un ragazzo omossessuale ricambiare l’amore della sua migliore amica d’infanzia? Se sì, in che modo? Sembra una domanda che conduce a risposte immediate, eppure non è affatto banale. Troverete le risposte nel romanzo, una storia di un’intera generazione dagli anni ’80 fino a oggi.

Chi sono Marco e Aurora?

Marco e Aurora sono due ragazzi comuni, non hanno nulla di speciale. Si incontrano però in un giorno particolare, il 29 Febbraio, durante il loro “vero compleanno bisesto”. Quell’incontro sancisce la nascita di un’amicizia indissolubile che li accompagna durante tutta la loro vita. Marco ha un carattere chiuso, è un personaggio estremamente sensibile e fragile. Forse proprio le sue debolezze sono il suo punto di forza. Aurora è il suo naturale complemento, così vivace e genuina. Come due anime gemelle o due tasselli di un puzzle che si incastrano perfettamente.

Assenza, più acuta presenza, scriveva Bertolucci: sin dal titolo Gli anni incompiuti fa riflettere il lettore su tutto ciò di incostante con cui ci relazioniamo nella nostra vita, ciò che non avviene sempre, che manca, che non si compie. In questo nostro tempo così rabbioso, invidioso e materiale, come facciamo a fare pace con le nostre imperfezioni, con la nostra unicità, e a non sentirci sbagliati o inadeguati?

È molto difficile rispondere a questa domanda. Ci ho provato, sta nel romanzo. Ti riporto uno stralcio. «Il vero errore è la volontà di imprigionare con le catene del pregiudizio un sentimento così complesso come l’amore. Io allora le dirò che è così. Non si tratta di pregiudizio e neppure di vergogna. Il vero problema è la paura. Tutti noi siamo terrorizzati da ciò che non comprendiamo. Come il grigio della vecchiaia, come il nero della morte, come il bianco dell’eternità. Siamo terrorizzati di fronte all’amore indecifrabile, perché è inconcepibile ammettere che esista una felicità che non sappiamo definire. Ed è allora che la paura diventa intolleranza. L’intolleranza diventa odio. E l’odio ci spinge a disprezzare chi ci sta accanto, ad additarlo come il più grande dei nostri problemi, a lanciargli addosso le accuse più pesanti. A trasformare quel sentimento ignoto nella calamita di ogni male. A chiamare l’amore con il nome di nemico. A combatterlo con qualsiasi mezzo come se fosse l’unico obiettivo della nostra vita. E poi? E poi, senza accorgersene, siamo già alla fine della parabola discendente della nostra vita. Capiamo che è stata una guerra inutile, dove nessuno ha vinto. E mentre chiudiamo per l’ultima volta gli occhi, comprendiamo che il vero nemico non è mai stato là fuori. Era dentro di noi. Nella nostra anima.»

Che resta di tutto il dolore che abbiamo creduto di soffrire da giovani? Niente, neppure una reminiscenza. Il peggio, una volta sperimentato, si riduce col tempo a un risolino di stupore, di essercela tanto presa per così poco, e anch’io ho creduto fatale quando si è poi rivelato letale solo per la noia che mi viene a pensarci. A pezzi o interi, non si continua a vivere ugualmente scissi? E le angosce di un tempo ci appaiono come mondi talmente lontani da noi, oggi, che ci sembra inverosimile aver potuto abitarli in passato. Ha ragione Aldo Busi? È davvero così?

Non sono del tutto d’accordo. Ogni fase della nostra vita, a seconda dell’età, implica una sensibilità diversa, così come ogni esperienza si trasforma un tassello della nostra crescita. Forse, diventando adulti, perdiamo quell’ingenuità che ci fa così sorprendere per le piccole bellezze e ci fa soffrire per le piccole sconfitte. Ma altrove, qualcuno ha scritto: le piccole cose uccideranno le grandi.

Cosa rappresentano l’amore e l’amicizia? Possono esistere l’uno senza l’altra?

«Farei di tutto per te, Aurora. Annienterei me stesso, mi toglierei il sangue, mi caverei entrambi gli occhi. Se me lo chiedessi, mi taglierei una gamba, un braccio, un polmone. Mi strapperei questo maledetto cuore e te l’offrirei in dono.» Questo dice Marco ad Aurora. Amare una persona significa in primis annullare l’egoismo mentre l’amicizia, ahimè, spesso è legata a questo sentimento. Poi c’è l’amore carnale e quello fisico, il primo estremizza il legame di amicizia, come alchimia e assonanza. La carnalità, invece, è il completamento naturale e necessario dell’amore. Infine, quali migliori parole potrei riportare se non quelle di Antoine de Saint-Exupéry? «Ti amo» – disse il Piccolo Principe. «Anche io ti voglio bene» – rispose la rosa. «Ma non è la stessa cosa» – rispose lui. – «Voler bene significa prendere possesso di qualcosa, di qualcuno. Significa cercare negli altri ciò che riempie le aspettative personali di affetto, di compagnia. Voler bene significa rendere nostro ciò che non ci appartiene, desiderare qualcosa per completarci, perché sentiamo che ci manca qualcosa.» Voler bene significa sperare, attaccarsi alle cose e alle persone a seconda delle nostre necessità. E se non siamo ricambiati, soffriamo. Quando la persona a cui vogliamo bene non ci corrisponde, ci sentiamo frustrati e delusi. Se vogliamo bene a qualcuno, abbiamo alcune aspettative. Se l’altra persona non ci dà quello che ci aspettiamo, stiamo male. Il problema è che c’è un’alta probabilità che l’altro sia spinto ad agire in modo diverso da come vorremmo, perché non siamo tutti uguali. Ogni essere umano è un universo a sé stante. Amare significa desiderare il meglio dell’altro, anche quando le motivazioni sono diverse. Amare è permettere all’altro di essere felice, anche quando il suo cammino è diverso dal nostro. È un sentimento disinteressato che nasce dalla volontà di donarsi, di offrirsi completamente dal profondo del cuore. Per questo, l’amore non sarà mai fonte di sofferenza. Quando una persona dice di aver sofferto per amore, in realtà ha sofferto per aver voluto bene. Si soffre a causa degli attaccamenti. Se si ama davvero, non si può stare male, perché non ci si aspetta nulla dall’altro. Quando amiamo, ci offriamo totalmente senza chiedere niente in cambio, per il puro e semplice piacere di “dare”. Ma è chiaro che questo offrirsi e regalarsi in maniera disinteressata può avere luogo solo se c’è conoscenza. Possiamo amare qualcuno solo quando lo conosciamo davvero, perché amare significa fare un salto nel vuoto, affidare la propria vita e la propria anima. E l’anima non si può indennizzare. Conoscersi significa sapere quali sono le gioie dell’altro, qual è la sua pace, quali sono le sue ire, le sue lotte e i suoi errori. Perché l’amore va oltre la rabbia, la lotta e gli errori e non è presente solo nei momenti allegri. Amare significa confidare pienamente nel fatto che l’altro ci sarà sempre, qualsiasi cosa accada, perché non ci deve niente: non si tratta di un nostro egoistico possedimento, bensì di una silenziosa compagnia. Amare significa che non cambieremo né con il tempo né con le tormente né con gli inverni. Amare è attribuire all’altro un posto nel nostro cuore affinché ci resti in qualità di partner, padre, madre, fratello, figlio, amico; amare è sapere che anche nel cuore dell’altro c’è un posto speciale per noi. Dare amore non ne esaurisce la quantità, anzi, la aumenta. E per ricambiare tutto quell’amore, bisogna aprire il cuore e lasciarsi amare. «Adesso ho capito» – rispose la rosa dopo una lunga pausa.

“«Te la ricordi» gli ho fatto eco. Mi ha guardato e ha sorriso. Mi ha fatto piacere. Forse perché sapevo che mi stava prendendo in giro. Vent’anni sono ieri, e ieri è stamattina presto, e stamattina sembra lontana anni luce. «Sono come te» ha detto. «Mi ricordo tutto.» Mi sono fermato un secondo. Se ti ricordi tutto, volevo dirgli, e se sei davvero come me, allora domani prima di partire o quando sei pronto per chiudere la portiera del taxi e hai già salutato gli altri e non c’è più nulla da dire in questa vita, allora, una volta soltanto, girati verso di me, anche per scherzo, o perché ci hai ripensato, e, come avevi già fatto allora, guardami negli occhi, trattieni il mio sguardo, e chiamami col tuo nome.” Così Aciman: anche in Gli anni incompiuti la memoria e i nomi hanno un ruolo centrale. Cos’è che li rende così importanti, necessari?

«I sentimenti sono invisibili. Eppure, come il vento, d’improvviso assumono dimensioni e volume. Diventano ingombranti, ti schiacciano come macigni. Perché il valore dell’amore si misura solo con la sua privazione.» Questo ho scritto, e in poche parole ho espresso ciò che penso. La memoria di un sentimento comporta la paura della sua perdita.

Come si combatte l’omofobia?

Il vero problema è combattere l’ignoranza. L’omofobia nasce semplicemente dalla non conoscenza di un sentimento, di una situazione che non ci appartiene, che non capiamo. E noi abbiamo paura di ciò che non è universalmente diverso, ma semplicemente diverso da noi. «Infine l’ho capito. A volte, nella vita, non c’è una risposta. A volte, nella vita, esiste solo un semplice non lo so. Abbiamo paura di dirlo, perché viviamo in un mondo di colori. Quando ci ritroviamo in un universo di bianco, ne rimaniamo terrorizzati. Perché il bianco ci fa perdere l’orientamento. È l’assenza di punti cardinali, di sfumature, di appigli. È la paura dell’ignoto. »

Perché scrive? E qual è il fine della letteratura?

Personalmente non scrivo per insegnare, moralizzare, biasimare. Parlo del mondo che mi circonda, di ciò che mi affascina e mi inquieta e lo riporto in un romanzo. La letteratura, tuttavia, ha mille sfaccettature. È divertimento, intrattenimento, commozione, trasporto, insegnamento. È tutto ciò che un lettore percepisce in modo unico e, in quanto tale, non prevedibile.

Che emozione è la nomination allo Strega?

Grandissima, ma soprattutto perché il romanzo è stato letto, apprezzato e consigliato da un autore che stimo, Alessandro Perissinotto. Questo, a prescindere dai meccanismi del premio stesso, è la soddisfazione più grande.

Qual è il libro che avrebbe voluto scrivere e quello che vorrebbe scrivere un giorno?

Il libro che vorrei scrivere è sempre il prossimo, perché sono sicuro che mi porrò nuovi obiettivi più sfidanti e soddisfacenti. Scrivo sempre una storia che vorrei leggere, trasmettendo in essa quelle caratteristiche che non ho trovato altrove.

Il libro e il film del cuore, e perché.

La Storia Infinita. Sia libro, sia film. Perché Michael Ende ha fatto nascere in me la passione per la lettura. Perché, quando avevo solo 14 anni, mi ha spinto a chiudermi in camera, aprire le porte della mia immaginazione, e scrivere il mio primo romanzo.

Standard

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...