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“Giovanissimi”

Cover_Forgione_Giovanissimidi Gabriele Ottaviani

I singhiozzi arrivarono quando capii che anche scendere di casa, così come stavo, e andare fino a Bologna correndo come un pazzo non sarebbe servito. Mi alzai dal pavimento e mi buttai sul letto, soffocando la faccia e il pianto nel cuscino. Trattenni il fiato, al punto che i polmoni mi fecero male. Mi svuotai. Tornai a respirare. Le lacrime non scendevano più. Mi sedetti e giurai a me stesso che quella era stata l’ultima volta che mia madre mi aveva fatto del male. Perché non potevo più andare avanti così, non aveva senso, perché stare male non serviva a niente e perché quando stai male nessuno ti vede e quindi è come se non accadesse. Pensai che volevo stare bene e che quindi mi serviva Serena. Immaginai la Calabria, il campeggio, e i miei piedi sporchi di terra. E mi sentivo molto stanco ma capii che mi serviva un nuovo motivo e agii usando le mie ultime energie. Lavai il viso e feci passare del tempo, perché non volevo che dalla mia voce s’accorgesse che avevo pianto. Feci il numero, lo sapevo a memoria. «Domani, vuoi venire a pranzo da me?». Ci mise meno di un secondo per rispondermi. «Sì» disse. Mi vestii. Il sangue mi pompava nelle vene. In un angolo della mia testa, mattone dopo mattone, muravo viva mia madre, per lasciare il resto dello spazio al resto della mia vita. Infilai i pantaloncini e una stecca era già in tasca. La fumammo tutta, io e Tonino, e lui non fece domande e quando tornai a casa, a cena con mio padre, non riuscivo a tenere gli occhi aperti e quasi nemmeno a masticare. Il giorno dopo mi svegliai e in me c’era solo calma, come se fossi nato in quel preciso istante e niente fosse mai successo prima. Misi in ordine la mia camera. Spazzai i pavimenti.

Giovanissimi, Alessio Forgione, NN. «Un secondo romanzo (dopo Napoli mon amour) di sorprendente compattezza stilistica. Un ritratto malinconico e intenso dell’età che precede la giovinezza e la piena definizione di se stessi. Una vicenda tra goliardia un po’ sbruffona di giovani aspiranti calciatori e tristezza del coabitare di un figlio e un padre dopo che la madre è andata via. Tra amicizie leali e traditrici insieme, l’emozione dirompente di un primo innamoramento, il disincanto amaro dell’“arte di arrangiarsi” in una periferia di Napoli, Soccavo, con le sue strade erte di trappole e lontane da ogni stereotipata bellezza del golfo poco lontano. Romanzo/silloge delle regole più feroci che ritmano l’ingresso all’età adulta: storia la cui potenza risiede nello sguardo e la voce di un protagonista che occupatissimo a decifrare se stesso, trova spazio tuttavia per far parlare ciascuno. Con quella empatia autentica che è intimamente connaturata solo ai veri scrittori.» Questa è la motivazione con cui Lisa Ginzburg ha candidato all’edizione di quest’anno del Premio Strega, il più prestigioso riconoscimento letterario italiano, l’eccellente romanzo di Alessio Forgione, voce narrativa fra le più significative, potenti e raffinate in questo momento in Italia e non solo. La storia, emozionante, tenera, vibrante, è quella di Marocco, che è un adolescente di Soccavo, quartiere dei Campi Flegrei dell’area occidentale di Napoli stretto fra Vomero, Fuorigrotta, Arenella e Pianura, dove fanno mostra di sé il Colombarium, l’ospizio dei Camaldolesi, la Masseria dei Domenicani, la chiesa dei Santi Pietro e Paolo e tanti altri monumenti, e dove la compagine azzurra che tanti tifosi di calcio appassiona non solo all’ombra del Vesuvio si allenava fino a sedici anni fa, quando il centro sportivo è stato abbandonato. Marocco, che del pallone è un vero talento (non altrettanto fra i banchi di scuola, che gli paiono una gabbia), vive col padre. La madre se n’è andata, svanita nel nulla. Non ne sa più alcunché, ed è un dolore che brucia, incessante: molte cose però stanno per prendere una piega inattesa. Lunno, il suo più caro amico, gli fa infatti una proposta sorprendente, e con Serena, invece, arriva a scompigliare le carte del fragile castello che è la quotidianità rammendata con fatica di Marocco nientedimeno che l’uragano dolcissimo, spaventoso, ingestibile e piacevolmente sconcertante dell’amore… Una delizia prorompente sensazionale sin dalla copertina.

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