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Silvana Turchi: cosa c’è “a 1000 km dai ricordi”…

L'Eruditadi Gabriele Ottaviani

Silvana Turchi ha scritto A 1000 km dai ricordi: Convenzionali con gioia la intervista per voi.

Questo libro parla di lutto e perdita: cosa significano per lei è come si elaborano?

Per me lutto e perdita s’intrecciano, viviamo continuamente perdendo e abbandonando con minore o maggiore dolore. La perdita è una condizione della vita stessa. Possiamo sentirci in lutto per una relazione finita, un’amicizia spezzata, insomma durante la nostra vita siamo chiamati continuamente ad affrontare il problema. Nel mio romanzo Rachele, la protagonista, vive la perdita del marito come uno shock, non ci può credere, si sente impreparata alla vita senza di lui. Il fatto che lui, il suo amore non esista più nel tempo e nello spazio non le sembra possibile, va oltre la sua comprensione e così, per accettarne la perdita, la nega forse per prendere tempo. La morte del compagno di vita è un evento che Rachele registra più con la mente che con il cuore, così l’intelletto ammette la perdita ma il resto di lei lo nega energicamente. L’elaborazione di un lutto credo sia una cosa molto personale, credo che sia un lavoro difficile e lento, e che comporti un processo interiore estremamente doloroso di abbandono graduale. Molto dipende dalle risorse interiori di ognuno: dalla nostra storia passata, dalla nostra relazione con la persona che non c’è più e dalla nostra esperienza personale in fatto di amore e di perdita. Insomma, nell’elaborazione di un lutto incidono molti fattori, determinante credo sia il tempo che alleggerisce la sofferenza e il pensare che il dolore non sia uno stato ma un processo.

Chi è Rachele?

Rachele è il personaggio principale del mio romanzo, un’artista, una donna realizzata umanamente: una madre attenta, una compagna affettuosa. La sua sensibilità artistica le ha permesso di scovare nell’animo del mondo le molteplici verità, di riuscire a cogliere, nei sui ritratti, le emozioni nascoste tra le pieghe della carne. Una donna senza pregiudizi, aperta alle diversità, insomma Rachele è sensibile alla bellezza che c’è in ognuno di noi e la riesce a cogliere. Ma Rachele è anche una donna spaventata “perché prima la vita le ha insegnato l’amore e poi proprio l’amore l’ha colpita alle spalle”.

Che cosa simboleggia nella vita la malattia?

Questa è una domanda alla quale posso rispondere per esperienza personale, in quanto mi sono trovata più di una volta a dover affrontare problemi di salute seri e dolorosi, e ora posso dire che la malattia per me ha significato un’esperienza di grande crescita personale sia nell’affrontare il dolore sia nello sviluppare il sentimento della compassione.  Il dolore fisico intenso è qualcosa che ti estranea dalla realtà, ti porta fuori, è come essere chiusi in una bolla, tu sei dentro e il mondo è fuori. Occorre uscire da quell’isolamento, trovare la forza di non soccombere al dolore, andare oltre sé stessi per non spezzare quel filo che ti lega agli altri. Durante una lunga malattia ci si rafforza, non auguro la malattia a nessuno, ma quando capita bisogna assolutamente avere coraggio e prendere il meglio anche da quell’esperienza. Penso di essere diventata più forte e più sensibile alla sofferenza altrui e sicuramente ho imparato ad amare anche le piccole cose.

E la memoria?

La memoria è una sorta di magazzino con milioni d’informazioni accumulate nella nostra vita e forse anche nella vita precedente alla nascita. Mi è sempre sembrata una cosa buffa che l’organo preposto a questa funzione, il cervello, risieda in un posto così piccolo come la testa. Ci pensate a quante cose si racchiudono in essa: immagini, suoni, odori, viaggi, libri, film, emozioni e molto altro? La memoria è indispensabile per riconoscersi, fondamentale per amarsi ma serve anche per non ripetere errori già commessi. Se sapessimo di dover rivivere la stessa identica vita una seconda volta ogni nostra azione sarebbe molto più ponderata. C’è poi l’altro aspetto della memoria: la sua perdita, che ha ispirato romanzieri e sceneggiatori. Un’amnesia temporanea può essere una forma di difesa della nostra mente, una fuga verso spazi e territori sconosciuti per rimuovere situazioni dolorose. Nel mio romanzo c’è una barca che si chiama “Amnesia”, un luogo dove è permesso dimenticare.

Che dimensione è quella del viaggio?

Quella del viaggio è una dimensione che mi è particolarmente cara. Amo viaggiare in tutti i sensi perché il viaggio, che sia geografico o che sia interiore, è sempre spinto dalla voglia di conoscere, di capire e richiede il coraggio di affrontare l’ignoto.  Tutti i miei romanzi sono viaggi interiori ai quali ho dato forma e colore. La vita stessa di per sé è un viaggio: sappiamo da dove partiamo ma non sappiamo dove arriveremo. Nel corso della nostra esistenza mille sono gli avvenimenti, le situazioni e gli incontri che ci fanno cambiare rotta, a volte ci perdiamo, a volte naufraghiamo sospinti dalle intemperie, ma smarrire la rotta può significare scoprire nuovi territori anche dell’anima. Anche la fuga a volte può servire a ritrovare se stessi come accade a Rachele, la protagonista del romanzo.

Perché l’incontro con l’altro può salvarci?

La storia ci insegna che gli incontri possono cambiare la vita delle persone, possono salvarci e possono distruggerci, come nei grandi romanzi. Ma gli incontri sono influenzati dai nostri stati d’animo, dai nostri desideri, dalle nostre ambizioni, aspirazioni, paure, sofferenze, sentimenti che s’intrecciano e si proiettano sugli altri. Nei momenti difficili, solo con un amore profondo, sincero e generoso, l’altro può accedere e dar luce a questi complessi spazi interiori e ridarci fiducia, speranza e prospettive. Ma dobbiamo essere consapevoli che rimane sempre una solitudine esistenziale con cui dobbiamo fare i conti in prima persona. E a volte la misteriosa imprevedibilità della vita ci richiede la capacità di percorrere dei tratti in totale solitudine. Come mia esperienza personale posso dire che di incontri importanti per la mia formazione ne ho avuti tanti, tra questi vorrei ricordare una persona in particolare, Gunter, un senza tetto tedesco con cui per anni ho conversato all’angolo di una strada. Condividevamo il quartiere, le letture, l’amore per gli animali e parlavamo di vita. Un uomo che un tempo aveva avuto tutto e poi si era ritrovato nel mondo dei dimenticati. Gunter mi ha aiutato a capire le cause di certe scelte, la sofferenza che si nasconde dietro ai volti di molti “vagabondi”. Mi ha raccontato la loro dura vita di strada e il difficile rapporto con la società. Nel mio romanzo Rachele vivrà momenti di assoluta povertà e riceverà comprensione e protezione proprio da quelle persone che siamo portati a pensare che non abbiano nulla da offrire: il popolo degli invisibili.

Cosa rappresentano per lei l’arte e la scrittura?

Senza dubbio rappresentano una parte importante della mia vita, tutte e due hanno in comune la fantasia e l’immaginazione. L’arte racchiude in sé tutti i tipi di linguaggio, l’arte è la capacità di comunicare attraverso le diverse competenze la visione personale delle cose. Ho avuto la fortuna, per molti anni, di fare la costumista cinematografica e teatrale, un mestiere meraviglioso che mi ha permesso di dare ai personaggi immaginati in un testo un aspetto reale. L’arte attraverso le sue forme mostra l’animo umano, riesce a dare spessore all’invisibile. Quando desidero rilassarmi amo dipingere o scolpire, mi piace unire le arti in un unico progetto artistico. L’arte e la scrittura mi permettono di viaggiare con la mente, di vivere esperienze che altrimenti non vivrei, insomma l’arte mi permette di raccontare e raccontarmi. Penso che tutte le espressioni artistiche siano una grande forma di libertà.

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