Libri

“Gli impiegati”

unnamed (1)di Gabriele Ottaviani

È vero che eccezionalmente si verificano delle felici coincidenze che fanno credere in un’armonia prestabilita. Conosco il rappresentante di una marca di sigarette che rappresenta il suo ramo in modo così perfetto come se vi fosse nato. È quello che si dice un tipo chic, vive e lascia vivere, è un brillante conversatore, ci sa fare con le donne e sa cogliere le occasioni. Ma la cosa sorprendente è che le sue molteplici doti non sono semplicemente arabeschi senza sostanza, come accade nel caso degli altri produttori e rappresentanti, ma sorgono su una base reale e l’esprimono perfettamente. Qui la stessa natura è chic; un comportamento che comunemente caratterizza un uomo la cui esistenza si riduce a vuote relazioni qui scaturisce invece da un uomo di sostanza. Secondo le sue stesse parole è ricevuto come un principe, quando si presenta dai clienti nella macchina di lusso della ditta. Poiché l’elegante vettura è precisamente il giusto accessorio per lui, egli ama anche usarla per passeggiate con signore e altri scopi privati – un’abitudine signorile che secondo il suo giudizio torna indirettamente a vantaggio della ditta, a cui del resto non ha mai nascosto questi viaggi extra. (Purtroppo nel frattempo il progressivo movimento di concentrazione che si è verificato nell’industria delle sigarette ha anche determinato un razionamento dell’uso dell’automobile, e le signore resteranno con un palmo di naso). Quest’uomo è di umili origini, e proviene dal centro di Berlino. Altre persone, dotate delle sue qualità e del suo reddito, vedono lo scopo della loro vita nel diventare gentiluomini, nell’entrare a far parte della classe superiore. Egli invece non è interessato all’industria del piacere raffinato e alle chances che il suo fascino irresistibile saprebbe probabilmente sfruttare, e si mantiene fedele al suo sindacato di impiegati, in cui ha già convinto molte persone a entrare.

Siegfried Kracauer, Gli impiegati, Meltemi. Con un saggio di Maurizio Guerri e una nota di Luciano Gallino. Traduzione di Anna Solmi. Saggista, filosofo, sociologo, teorico del cinema, scrittore, influenzato dalla psicoanalisi, dal metodo iconologico di Panofsky e non solo, nato a Francoforte sul Meno da una famiglia di media estrazione sociale ebrea, il che lo costrinse a lasciare la Germania – fu naturalizzato statunitense, ed è morto a New York poche settimane dopo il suo settantasettesimo compleanno, nel millenovecentosessantasei – con l’avvento delle nefaste croci uncinate, uomo di multiforme ingegno e dai mille interessi, Kracauer, la cui analisi lucidissima del mondo circostante è più attuale che mai, nonostante i molti decenni trascorsi, indaga in questo testo monumentale l’universo del lavoro. Siamo a Berlino, è il millenovecentotrenta, e per la prima volta vede la luce la stampa di Angestellen. Ossia, per l’appunto, Gli impiegati. Nella fragilissima repubblica di Weimar dove l’inflazione ha la prepotenza d’un tornado e il malcontento ribolle e dove ci sono ci sono quasi un milione e mezzo di impiegati nel settore industriale, più di due in quello commerciale, e un gran numero di statali, spina dorsale della burocrazia, Kracauer, mentore di Adorno, amico di Benjamin, responsabile della pagina culturale della Frankfurter Zeitung, parla con dattilografe, contabili, commercianti, dirigenti d’azienda, banchieri, sindacalisti, industriali, consiglieri d’amministrazione, beve e mangia con loro, li ascolta, lascia che le loro vicende parlino. E dipinge l’affresco del’alienazione: fenomenale.

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