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“Il dolce domani”

51phK-eZFjL._SX325_BO1,204,203,200_di Gabriele Ottaviani

«Nel mio piatto» esclama, «guardate cosa c’è nel mio piatto». In un attimo, tutti i bambini e le altre alunne le sono intorno. Qualcuno ridacchia, altri cercano di spingere i vicini per avvicinarsi al piatto e vedere meglio di cosa si tratta. «Bambini» tuona la Direttrice, ottenendo almeno il silenzio. «Cosa succede?» domanda sottovoce Rosina. Nessuno risponde, finché la Direttrice non si alza in piedi lei stessa e si fa largo tra gli alunni. In quel trambusto, Claudia preferisce osservare il maestro Alessio: l’uomo è l’unico a rimanere perfettamente immobile e a proseguire la sua cena tranquillamente, senza nemmeno sollevare lo sguardo dal proprio piatto. «C’è un nastro nella mia carne» sta dicendo Costanza. «Un nastro? Che significa?» «Il nastro, vorrai dire» s’intromette Alice. «E come c’è arrivato fin qui?» prosegue Caterina. «C’è quel nastro, nel suo piatto» puntualizza Irene, rivolgendosi a Claudia in particolare. «Volete dirmi di cosa state parlando?» domanda spazientita la Direttrice. Claudia si decide ad alzarsi dalla sedia a sua volta e si dirige verso Costanza. «Fatemi vedere» dice. Nel piatto di porcellana dell’alunna, tra il sangue e i resti della carne sbocconcellata, appare il nastro di velluto rosso che Alice ha strappato dal leccio qualche pomeriggio prima. L’insegnante è senza parole. «Non capisco» è l’unica cosa che riesce a biascicare. Le alunne si mettono a ridere nervosamente, mentre i bambini – delusi – tornano a sedersi ai loro posti. «Qualcuno può spiegarmi cosa sta succedendo?» ripete la Direttrice. A Claudia non passa inosservato anche il sorriso del maestro Alessio.

Il dolce domani, Anna Pietroboni, A & B editrice. Simbolico sin dal titolo che rimanda a Egoyan e Banks e non solo, caleidoscopico, enigmatico, suggestivo, allegorico, potente, inquietante, destabilizzante, coinvolgente, raffinatissimo, ricco di livelli di lettura e chiavi d’interpretazione, classico eppure originale, sorprendente a ogni volgere di pagina, intrigante e ammaliante, molto ben caratterizzato, soprattutto per quel che concerne l’efficace approfondimento psicologico dei protagonisti, capace di indurre alla riflessione attraverso la scansione del ritmo narrativo in un continuo rimando di livelli, come in un gioco di specchi, il romanzo di Anna Pietroboni fa immergere il lettore nell’atmosfera monotona di un collegio dell’Italia settentrionale, che s’immagina, un tempo, essere stato fiorente. Ma ora tutto è cambiato, e incombe il senso di una fine catartica, solenne, tragica: si susseguono eventi misteriosi, e ogni uomo – o donna, o bambino – è, in questo luogo-non luogo, per il suo prossimo un lupo, feroce e affamato. Da leggere.

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