Cinema

“La dea fortuna”

112434649-57d245b1-287d-4a9c-abf3-9ce0be6a76fe.jpgdi Gabriele Ottaviani

Un giorno mia cognata mi chiama e mi fa: tuo fratello è morto, nemmeno io mi sento bene, se ci succede qualcosa vi occupate dei ragazzi? È andata così, parola del regista di questo film, che prendendo le mosse anche da questo punto di partenza ne ha tratto una pellicola stupenda, che prenota nomination e premi nella stagione prossima ventura. Altro che in cauda venenum come lo Scorpione, segno della sensualità per antonomasia (e non mancano gli esempi anche nel cast, si veda alla voce Luca Pantini, per dirne una…), la fine del duemiladiciannove riserva un regalo delizioso. Ma andiamo con ordine. La fortuna per i romani è una dea. La parola fortuna in latino non è né buona né cattiva, tant’è che l’avverbio forte significa per caso. Siamo noi a darle un connotato favorevole o meno. La dea fortuna è un santuario presso Roma che Ferzan Ozpetek ha visitato col suo compagno. La dea fortuna ha un segreto, un vero e proprio trucco magico, fa sì che la memoria di una persona resti per sempre con noi fin dentro al cuore: basta guardare fisso chi s’ama, rubandone così l’immagine, che attraverso gli occhi arriva all’anima e ci fa il nido. La dea fortuna è il nuovo film di Ferzan Ozpetek, in sala da dopodomani per Warner Bros. La dea fortuna è ispirato, appunto, a una storia vera, unica e particolare ma comune a tutti, in fondo, perché di base es la historia de un amor como no hay otro igual que me hizo comprender todo el bien todo el mal que le dio luz a mi vida apagándola después, come dice la canzone (e in questo film dall’andamento ondoso come il mare, che può essere amnios accogliente ma anche procella, di musiche sublimi, a partire dal capolavoro di Mina e Fossati Luna diamante, ce ne sono una marea, ma funziona alla perfezione pressoché tutto, le luci, i colori, i personaggi, gli interpreti, gli ambienti, i tessuti, le suggestioni), ma tutti i diversi e specifici amori, e tutte le famiglie, diverse, policrome, scombiccherate, non necessariamente connesse dal sangue ma imponenti radici del proprio senso di comunità e identità, sono al medesimo tempo tutti uguali. La dea fortuna è la storia, dunque, di un sentimento. Vivo, presente, profondo, intenso, autentico, credibile, riconoscibile, reale. Ma stanco, tant’è che non ci si accorge di quello che si ha, non si vede più la luce, il progetto in comune che si è deciso di costruire in un tempo ormai lontano, mattone dopo mattone, facendo delle scelte, che poi quando si litiga ci si rinfaccia e si definiscono rinunce, facendo i conti con le difficoltà pure economiche del quotidiano, quando anche una cosa fuori posto, l’ennesima critica a quello che si è cucinato, la presa di coscienza dei propri fallimenti, delle proprie inadeguatezze, delle proprie imperfezioni, delle proprie paure, delle proprie poche ambizioni, del proprio accontentarsi per aver dato priorità a qualcosa di meno remunerativo dal punto di vista materiale, ma non dell’anima, per cui nessuno però ti dice mai grazie, fanno, come la proverbiale goccia, traboccare il vaso. È l’amore fra Arturo e Alessandro, ma potrebbe essere – tant’è che è assai difficile che chiunque abbia esperienza di coppia non riconosca parte di sé sia in certi atteggiamenti dell’uno che in altri comportamenti dell’altro – anche l’amore fra un uomo e una donna. O fra due donne. Sono diversi, i due, e dunque si completano. Stanno insieme, concedendosi ogni tanto qualche più o meno innocente evasione – del resto bisognerebbe essere davvero degli immaturi, possessivi e insicuri cronici, talmente maliziosi da fare quel che si pensa faccia l’altro, e senza rispetto per la più alta e importante visione della costruzione del proprio amore, per citare sempre Fossati, e farsela crollare addosso come un castello di carte per lasciarsi e buttare alle ortiche una vita insieme per un banale tradimento, che, come Harry ti presento Sally insegna, è solo un sintomo fatto di carne… – da quindici anni, e ancora – non ce lo si scorda mai, in fondo… – si rammentano il primo incontro, perché una cara amica, figlia ribelle e fragile di una baronessa arcigna (divertentissima e perfetta Barbara Alberti, grande scrittrice, nata a Umbertide fra angeli e diavoli, come dice lei stessa), Annamaria, una Jasmine Trinca davvero brava, di fatto stava con uno dei due, ma con la sensibilità preconizzatrice che hanno solo certe donne – non a caso la Pizia non era un maschio… – ha fatto un soave passo indietro. Annamaria però un giorno arriva a casa dei due, Stefano Accorsi ed Edoardo Leo, bellissimi e bravissimi, portandosi dietro i propri figli, Martina e Alessandro (come l’amico, e il gioco dell’identità di nomi di battesimo si ripete anche nella realtà fra i due interpreti, Leo e Brandi): li affida loro perché deve recarsi in ospedale, sperando che la sua fortuna sia benevola e non cattiva. E… Con Sara Ciocca, Edoardo Brandi, Serra Yilmaz, Cristina Bugatty, Filippo Nigro (in un ruolo di cura, delicatezza e delizia commovente), Pia Lanciotti, Dora Romano, Barbara Chichiarelli, Carmine Recano, Matteo Martari, Loredana Cannata, Edoardo Purgatori e tanti altri. Da non perdere.

 

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