Intervista, Libri

“Atonement”: intervista ad Antonella Bolelli Ferrera

1734-cop-15-ottobre-taglio.pngdi Gabriele Ottaviani

Come ha conosciuto Salvatore Torre?

Ho conosciuto Salvatore Torre, perché dieci anni fa partecipò alla prima edizione del Premio Goliarda Sapienza – Racconti dal carcere con un suo racconto. A quei tempi era detenuto nel carcere di alta sicurezza di Tolmezzo e in occasione della finale del concorso fu trasferito temporaneamente, come gli altri finalisti, nel carcere di Rebibbia dove avveniva la premiazione. Il suo racconto fu il secondo classificato. Da quel momento ha partecipato a tutte le edizioni del Premio e ha ottenuto numerosi riconoscimenti e menzioni speciali.

Dal 2011 in poi è stato trasferito in tre carceri diverse, prima a Saluzzo, poi ad Alessandria e recentemente a Bollate. Siamo sempre rimasti in contatto e sono andata più volte a trovarlo, così abbiamo instaurato un rapporto diretto, basato inizialmente sul suo lavoro letterario, poi, man mano, ho imparato a conoscerlo come persona. È stato un avvicinamento lento, prudente, ma che ha portato buoni frutti. Per lui, ma anche per me. Confrontarsi con determinate realtà, facendo lo sforzo di vedere anche oltre il reato compiuto da chi ti trovi di fronte, è un esercizio etico. Quando esci da una visita in carcere, tutto viene ridimensionato, si impara a dare il giusto valore alle cose.

Cosa sa di lui? Come vive? In che rapporti siete?

Salvatore Torre è un uomo di quarantanove anni che dall’età di venti è un ergastolano. Un ergastolano ostativo, fine pena mai. Prima di approdare al carcere per gli adulti, è passato dagli istituti penali minorili, perché la sua carriera criminale è iniziata in giovanissima età. Come racconta lui stesso in Atonement – Storia di un prigioniero e degli altri aveva dodici o tredici anni quando gli misero un fucile in mano per fargli prendere confidenza con le armi. Ancora adolescente era già latitante nel Nord Italia assieme al padre, quel padre che lui vedeva come esempio da seguire. Peccato che l’uomo fosse un malavitoso incallito, che non era mai casa perché spesso detenuto, e quando non era detenuto se ne stava fuori con altre donne, ignorando moglie e figli, o, peggio, trascinandoli nel suo mondo malvagio. Come ha fatto con Salvatore – il più grande dei tre – che non esitò a seguire le sue orme. Oserei dire, surclassandolo. I reati che ha compiuto gli sono valsi l’ergastolo, forse più di uno. Solo a distanza di tanti anni e attraverso un percorso difficile e doloroso, ha fatto i conti con sé stesso. Nel libro, e senza infingimenti, questo emerge con forza.

Salvatore Torre vive oggi la sua detenzione nella consapevolezza che forse non potrà mai esserci un futuro per lui, ma l’amore per la vita, che non lo ha mai abbandonato, gli lascia immaginare una piccola luce in fondo al tunnel, anche se ancora neppure la intravvede.

Scrive molto e negli anni il suo stile si è affinato anche grazie alla lettura, sua compagna da sempre. Ciò che lui non può vedere dal vivo, rinchiuso nella sua cella, lo immagina o lo rivive nei romanzi di grandi scrittori e lo trasmette a sua volta nei propri racconti spesso ambientati nella sua terra, la Sicilia.

Com’è nato questo libro?

Circa due anni fa gli ho proposto di lavorare al progetto che ha dato vita a questo libro, il cui titolo Atonement – Storia di un prigioniero e degli altri già suggerisce al lettore lungo in quali sentieri stia per addentrarsi.

I protagonisti delle storie che contiene, sono persone detenute che in passato hanno partecipato al Premio Goliarda Sapienza ma i cui scritti sono rimasti inediti. Volevo dare una dignità alle loro storie e a Salvatore ho chiesto di riflettervi.

Lui ha scelto i brani, vi si è immedesimato. Lui, che nel suo percorso carcerario e ancor prima criminale, tutto ha visto, conosciuto, sentito, provato. Nulla è sfuggito al suo sguardo. È lui, quindi, a guidare il lettore in ogni capitolo, ed i suoi corsivi sono il fulcro del libro stesso. Salvatore si è calato nelle storie degli altri, compiendo, forse per la prima volta e a sua insaputa, un’opera di revisione di sé stesso, che ha finito per diventare la vera storia del suo percorso criminale.

Com’è iniziata la collaborazione con la Libreria Editrice Vaticana?

Un paio di anni fa Salvatore ha vinto il Premio Vatican News – sempre nell’ambito del Premio Goliarda Sapienza – ma non ottenne il permesso di partecipare alla premiazione che si svolgeva al Salone del Libro di Torino. Don Dario, che da anni fa visita a molti detenuti, volle portargli personalmente il premio, voleva conoscerlo e lo accompagnai dov’era detenuto, nel carcere di massima sicurezza di Saluzzo. Restammo con lui diverse ore, parlammo di letteratura, ma anche di vita e di crimine. Ne rimase colpito. Mons. Dario E. Viganò ha scritto una bellissima introduzione ad Atonement e la pubblicazione con la Libreria Editrice Vaticana è venuta come un fatto naturale.

Che ruolo ha la cultura nella riabilitazione dell’individuo?

L’avvicinamento alla cultura da parte di persone che, come spesso accade fra i detenuti, vengono da ambienti a bassissima scolarità, può rappresentare il volano di un processo virtuoso di revisione del proprio vissuto criminale. La cultura ti dà gli strumenti per riflettere, per imparare a confrontarti, per cogliere, magari attraverso le pagine di un romanzo, risposte inedite.

Sono talmente convinta del valore della cultura che ho creato già da diversi anni la Inverso Onlus, un’associazione che si adopera per la diffusione della lettura e della scrittura in favore delle categorie socialmente svantaggiate. Da quel giorno la mia professione di giornalista l’ho messa in secondo piano, tanta è l’energia che traggo nel dedicarmi a questi progetti.

Quali sono i prossimi progetti in cantiere legati al Premio Goliarda Sapienza?

Posso dire che al centro del prossimo progetto ci saranno le donne. Donne che hanno commesso dei reati, ma raccontate attraverso uno sguardo diverso. Siamo già al lavoro.

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