Libri

“I fuochi di Sant’Elmo”

Cattura.PNGdi Gabriele Ottaviani

Non molto lontano da casa mia si trovava il cimitero di Colón. Ogni volta che aspettavo la camioneta, per andare al porto o in centro, restavo a fissare l’imponente ingresso trionfale. Sino ad allora mi ero tenuto lontano dai cimiteri, sebbene più volte avessi avuto il desiderio di visitare quello di Città del Messico, che mi avevano descritto di dimensioni mostruose: una città dentro la città nella quale dormivano, nelle cappelle gentilizie, intere famiglie di disperati. Ma poi non avevo mai ceduto alla tentazione. Ciò che mi teneva lontano era, forse, non avere mai visto prima di partire la tomba di mia madre terminata, e non averla quindi mai visitata. Quando varcai l’imponente arco trionfale del cimitero di Colón, restando spaesato di fronte a quel grande viale candido che mi si stendeva di fronte, mi si avvicinò un omino, tutto raggrinzito, con tre peli contati in testa e, comunque, con più capelli che denti. Aveva una tuta blu lisa e macchiata e in mano delle cesoie per potare. Nonostante il contrasto con la monumentalità che mi circondava, non mi impressionai: l’Avana era così, maestosa e decadente insieme, come una barbona che in passato era stata una ricca e colta signora. L’omino mi chiese, sorridente e pacato, se avessi bisogno di una guida, ché lui conosceva ogni singola tomba di quel cimitero, e me lo domandò con gli occhi pieni di una luce simile a quella di un padre amorevole e orgoglioso. Quegli occhi mi convinsero e mi lasciai guidare attraverso un vero e proprio viaggio. Alla fine del viaggio mi resi conto che quel cimitero rappresentava l’Avana ideale: il luogo in cui, levando di dosso povertà, scelte politiche, crisi economiche, attentati e rivoluzioni, restava l’anima dei cubani, ed era un’anima mista di marmo e terra, in cui poesia, pianto, passione e riso si fondevano. Sul viale principale c’era una cappella, abbastanza recente, di un ricco che l’aveva fatta costruire per lui e la moglie. Avrebbe voluto farla più alta, molto più alta di quella realizzata, ma il regolamento imponeva che non vi fossero cappelle private più alte del monumento celebrativo dei pompieri fatto erigere dal Governo. Allora, per aggirare la regola, il ricco aveva fatto piantare a fianco alla cappella due palme altissime, che superavano tutti i monumenti del cimitero. Poco lontano c’era la cappella di un uomo talmente ambizioso da volere che tutti si chinassero al suo cospetto, e allora aveva disegnato la porta bassa, che per entrarci bisognava per forza di cose chinarsi. La più particolare era sicuramente la “tomba del domino”, appartenente a una accanita giocatrice di domino, morta d’infarto durante una partita persa, con l’ultima tessera in mano: un doppio tre. I figli, per omaggiare la donna, avevano fatto scolpire sulla tomba una grande tessera col doppio tre e, ai piedi della tomba, avevano fatto scolpire in un bassorilievo la partita che le era stata fatale. La più famosa, però, anche per i suoi poteri taumaturgici, era sicuramente la tomba conosciuta come La Milagrosa…

I fuochi di Sant’Elmo, Claudia Caredda, Scatole Parlanti. Stando alla definizione enciclopedica, per fuochi di Sant’Elmo, altro nome di Sant’Erasmo, patrono dei marinai del Mediterraneo, che un tempo si pensava mostrasse così la sua presenza, si intende una delle più interessanti e significative manifestazioni della presenza di elettricità nei vari strati dell’atmosfera: i cosiddetti fuochi appaiono, in situazioni di assenza di umidità come immediatamente prima della pioggia (che li fa subito scomparire), poiché l’aria secca accumula carica più facilmente, come dei lampi di colore blu, e della durata di non molti secondi, un’esplosione anche simbolica, a prescindere dal livello della ierofania, di luce effimera, una promessa, un rimando a qualcosa che potrebbe o avrebbe potuto essere e che invece forse non è stato, non è né sarà mai, che esiste, certo, ma subito svanisce, come la sensazione di uno stabile possesso della felicità. Di norma si palesano, appunto, nell’imminenza per esempio di un temporale, nei pressi degli alberi maestri delle navi o alla sommità delle antenne, laddove si crea quello che gli scienziati definiscono come effetto corona, determinato da linee di forza che amplificano la maggior carica elettrica atmosferica dovuta all’arrivo della tempesta, per lo più determinata dalla ionizzazione di molecole di ossigeno e azoto atmosferico che emettono un bagliore nel momento in cui ritornano allo stato precedente alla carica. In questo appassionante romanzo, profondo ed empatico, Claudia Caredda, con sensibilità, indaga la figura di un ragazzo che vive la vagheggiata e tradita rivoluzione del Sessantotto in provincia, a Perugia, laddove ogni opportunità di reale cambiamento gli pare davvero preclusa: decide dunque di partire per un viaggio per il mondo senza ritorno, e… Intenso e delicato ritratto umano del nostro tempo e del valore della speranza nell’esistenza di ciascuno, si legge d’un fiato e arriva dritto al cuore.

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