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“Ricostruzione nell’attimo del respiro della dissacrante epidermica di un osservatore abbastanza bravo a camminare o del dolore dell’acqua nella decoerenza della storia”

411ARYM0+xL._AC_UY218_ML3_di Gabriele Ottaviani

Imprecammo o invocammo Dio sottovoce.

Ricostruzione nell’attimo del respiro della dissacrante epidermica di un osservatore abbastanza bravo a camminare o del dolore dell’acqua nella decoerenza della storia, Simone Battig, Castelvecchi. Sono nato a Treviso l’8 settembre 1974. Ho studiato per molti anni fino ad ottenere un diploma di maturità classica. Sono stato iscritto per tre mesi alla facoltà di Storia dell’Università di Venezia, al momento di dare il primo esame sono partito per Cuba. Ho svolto poi studi personali e pochi lavori saltuari prima di prendere servizio come obiettore di coscienza. Pochi mesi dopo la fine del servizio sono partito per le Isole Tonga restandoci per due mesi. Al mio ritorno ho lavorato per sei mesi come “banchettaro” alla stazione dei treni per conto di una libreria trevigiana, pensando, nel frattempo, di trasferirmi a Roma. Ora infatti vivo a Roma. Nel 1997 un mio racconto è stato pubblicato si “Coda” (Transeuropa): antologia a cura di Giulio Mozzi e Silvia Ballestra; quindi ho pubblicato il mio primo libro “FUCK VITALOGY TODAY” (Theoria 1997). Da poco è uscito il mio secondo libro, un romanzo dal titolo “SUL NULLA” (Theoria 1999). Collaboro col mensile di letteratura “Ex Libris” per cui curo la collana trimestrale di inediti. Mi sento abbastanza bene e ringrazio per l’attenzione. La mia voglia di scrivere è nata per necessità e continua ad incanalarsi e a scorrere intorno a questa parola. Niente di nuovo quindi perché la necessità a cui mi riferisco è sicuramente quella di cui parla Rilke quando si sottopone e sottopone la fatidica domanda pura: “ho bisogno di scrivere?”. Ecco ora non vedo altra risposta che “sì, forse un giorno migliorerò”. (Nell’incontro con i ragazzi…) poi continuerò a straparlare proponendo l’abolizione definitiva dell’inqualificabile domanda “Perché scrivi?”, in quanto totalmente priva di senso e paragonabile a domande tipo “perché urini?”. Mi sarà facile sostenere, con una arguta metafora, che per chi scrive la scrittura è simile al processo fisiologico che ti permette di pisciare: si può pisciare regolarmente, oppure trattenersi fino allo spasimo… ma prima o poi si deve pisciare. Quindi, in scioltezza, in pace e armonia, dirò che l’unico quesito sul quale si può discutere è “perché pubblichi?”. Dopo aver sostenuto qualche domanda sull’argomento o essere stato avvolto da un silenzio prorompente, sorriderò e saluterò qualcuno seduto a fondo sala fingendo di conoscerlo, poi chiederò se si può fumare. D’improvviso comincerò a rimembrare come fino a tredici anni tutte le mie letture extrascolastiche siano state assorbite da fumetti quali Asterix, Mandrake, Phantom, Charlie Brown, Mafalda, B.C., Brick Bradford, Flash Gordon, Tin-Tin, Topolino, Tex, Martin Mystere e milioni di altre tavole in cui trovavo milioni di spunti interessanti e stimolanti. Arriverò stremato in una calda estate di dodici anni fa quando, forse per un colpo di sole, sottrassi dalla libreria di casa, fornita più che altro dal Club degli Editori (qui potrei improvvisare uno sketch niente male sulla possibilità o meno di nominare il Club degli Editori o se rientri in qualche forma di pubblicità occulta), un libro intitolato “Saluti notturni dal Passo della Cisa”. Era stato il titolo a mangiarmi, a tirarmi dentro, poi tutto il resto, poi, Piero e Chiara e quello che mi stava raccontando. Lì cominciò ad aprirsi qualcosa. Nel momento di maggior pathos del racconto del mio incontro con i libri mi spezzerò in un pianto quasi incongruo abbracciando platealmente Giuseppe Caliceti nel momento in cui griderò “E il nostro bisogno di consolazione?”. Mi riprenderò pretendendo selvaggiamente un caffè e una sigaretta. Tossicchiando cercherò di riassumere quanto sia importante scegliere i libri, andare in libreria e perdersi per un po’ fino a che qualcosa non ti prenda, magari ricordandoti ciò che hai già dentro, magari facendoti ghermire dal sussurro di un consiglio, magari perché le prime tre righe e le ultime tre sono buone, buone per te. Dirò anche cose come “Ogni libro ha un suo tempo per essere letto da noi, e ognuno di noi ha un tempo diverso; per questo ancora scriviamo e leggiamo”. Quando l’aria mi sembrerà pervasa da sottili ansie logaritmiche d’istinto adeguerò i miei bioritmi e comincerò a sputare veleno (sotto forma di capsule di moment) sul sistema scolastico in generale basandomi sulla mia personale esperienza; aggiungerò anche che ci sono degli ottimi insegnanti e delle buone iniziative ma che i primi libri non possono essere “La Divina Commedia” o “I promessi sposi”. Qui infurierà la polemica. Abilmente, con gesti calcolati, mi alzerò in piedi e quieterò gli animi, con tono accomodante dirò “Calma, calma, state tranquilli, era solo uno scherzo, non abbiate paura. Io, poi, non esisto nemmeno”. E, grazie al direttore degli effetti speciali, mi dissolverò in un vapore violaceo atossico. Così si presenta sul web Simone Battig, autore con ormai all’attivo diverse pubblicazioni, che sempre rifuggono, e queste parole con cui si descrive lo dimostrano in maniera incontrovertibile una volta di più, la convenzione, la consuetudine, la banalità, l’omologazione, sin dal titolo, che forse potrebbe mandare in brodo di giuggiole l’immarcescibile Premio Oscar Lina Wertmuller, donna adorabile e di multiforme ingegno, ma che di sicuro è coraggiosamente azzardato perché indubbiamente, perlomeno stando alle logiche corrive, correnti e dominanti, che considerano importante solo l’apparenza, a tutto discapito della sostanza (siamo la società che considera l’influencer una professione…), anticommerciale (onore al merito anche della casa editrice, che fa con ogni evidenza una scelta culturale e intellettuale che va oltre la mera dinamica del profitto a tutti i costi), oltre che arduo – ma al tempo stesso proprio per questo motivo stimolante, specie per la sua musicalità – a ricordarsi nella sua interezza: Ricostruzione nell’attimo del respiro della dissacrante epidermica di un osservatore abbastanza bravo a camminare o del dolore dell’acqua nella decoerenza della storia, fascinoso sin dalla copertina, narra, giocando con la lingua e la letteratura e la loro cornucopia di labirintiche possibilità, la vicenda di un ragazzo bizzarro, il cui unico sodale parrebbe essere uno zio altrettanto estraneo alle liturgie della collettività in cui vivono, quasi un regno stregato in cui avvengono accadimenti piuttosto singolari… Da non perdere per nessuna ragione.

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