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“La classe degli altri”

C2B74790-5D8F-4872-92AB-4BFC146F9413.jpgdi Gabriele Ottaviani

Passiamo un cartello pubblicitario: Veneto, tra il cielo e la terra. E i nomi cominciano a ritornare, in testa, insieme alle facce. Valentina, Gina, Tiziana, Fabiola, Marcella, Lorena, Elena. E quante, ancora. Donne fatte, in fila negli elenchi alfabetici dei registri di ogni settembre per riprendersi quello che la famiglia gli aveva tolto da bambine. Perché a dodici, tredici anni erano già braccia buone per mantenere gli studi dei fratelli maschi. Che − loro sì − avevano da andare a scuola. Germania, Svizzera, Milano… Qualcuna, arrivata al confine, veniva anche rispedita al mittente, perché non aveva neanche l’età minima: allora la mettevano a maturare qualche mese in giro per le montagne a fare fieno. E poi altra corsa. Cose che non succedevano nell’età della pietra. Erano storia corrente solo venti, trent’anni fa. Erano storia, pensavo: non attualità. Invece. Invece, ora, Analyn: piccola, magra, una fila di denti bianchissimi. Lei che torna dopo la scuola, infila le chiavi piano perché la porta non faccia rumore, cammina con il cuore in bocca in silenzio, gira per la stanza buia in silenzio, entra nella sua guerra quotidiana in silenzio, è straniera in casa sua in silenzio. È da una vita che la hanno votata al silenzio: un corso di italiano di venti ore della Croce Rossa, per carità, appena arrivata novella sposa dalle Filippine, e fine della storia. Zero relazioni con la famiglia di lui (andarsi a prendere una filippina a cinquant’anni suonati, che idea. E sposarsela, poi… ). Mutismo in fabbrica: mica è un corso di conversazione, il reparto. E il figlio che cresce che è uno stampo e una figura col padre. Un idillio beato. Fin che morte non vi separi. Se ha il turno di giorno, lei si alza alle cinque per preparare prima pranzo e cena per tutti. Poi va in fabbrica, finisce e viene a lezione. Quando rientra, alle dieci, i due hanno già mangiato e sono a dormire. Non una parola. Spento tutto, coprifuoco. E quando ha la notte, stessa solfa.

La classe degli altri, Michela Fregona, Apogeo editore. Il centro territoriale permanente per l’educazione degli adulti, oggi chimato Cpia – cambiano gli acronimi del burocratese, non la sostanza – è una barca male in arnese ma in fondo solida, lo sfondo variopinto su cui si dipanano le vicende che Michela Fregona, bellunese laureata in lettere antiche a Venezia, diplomata in flauto traverso, giornalista e molto altro ancora, tra cui, da quasi vent’anni, docente delle scuole serali, al suo romanzo d’esordio, racconta con prosa bella, intensa, avvincente, interessante, vibrante, potente, appassionante: è una scuola certamente non canonica, e dunque con ogni probabilità proprio per questo ancor più maltrattata e dimenticata di quanto già non siano quelle che si potrebbero definire, con lemmi non belli e nemmeno di base appropriati, classiche, comuni, normali, è un laboratorio, un’avventura, un’opportunità, un sogno di riscatto e di autodeterminazione per chi ancora crede nello studio, nell’impegno, nella cultura. Da leggere, rileggere, far leggere.

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Una risposta a "“La classe degli altri”"

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