Intervista, Libri

Cinzia Tani: “Il problema è il branco”

51rM66TTWFL._SX390_BO1,204,203,200_di Gabriele Ottaviani

Cinzia Tani ha scritto l’intenso La capobanda: Convenzionali la intervista con gioia per voi.

Da cosa nasce il bullismo?

Il bullismo è il comportamento che mettono in atto alcuni bambini, ragazzi contro i “diversi”. Diverso, per loro,  può essere il primo della classe, il debole, il timido, il vulnerabile, il sovrappeso, l’anoressico, l’omosessuale. Chi veste a modo suo, senza seguire la moda dei più, chi ha difficoltà a farsi delle amicizie. È  una forma di aggressione ripetuta per far del male a chi non riesce a difendersi. Si può essere bulli dai due anni in su. I bulli non danno importanza ai sentimenti degli altri, spesso interpretano male il loro comportamento, considerandolo ostile quando non lo è.

C’è sempre stato? O è aumentato, peggiorato, cambiato negli anni? La tecnologia ne ha amplificato gli effetti?

C’è sempre stato ma è sicuramente aumentato e peggiorato negli anni. C’è minore severità nelle famiglie con i genitori impegnati nel loro lavoro e con i loro problemi, meno autorità da parte degli insegnanti e i dirigenti scolastici, anche per le intrusioni continue dei genitori che protestano per ogni rimprovero o punizione che ricevono i figli. Peggiorato anche perché gli atti vandalici adesso si rivolgono agli stessi insegnanti che per evitare problemi non rimarcano abbastanza i comportamenti riprovevoli di alcuni studenti. E poi, sì, c’è la tecnologia. Se non sei in rete non esisti. Se in rete non sei bello e potente non sei seguito. Così certe aggressioni vengono fatte solo per riprenderle con i cellulari e metterle in rete in modo che siano condivise.

Come ci si difende?

Evitando i bulli, non affrontandoli. Si tratta di saggezza, non di debolezza. Poi non si dovrebbe rimanere soli, ma trovarsi uno o più compagni. I bulli tendono a lasciare stare chi è in gruppo mentre attaccano chi è isolato. I genitori dovrebbero chiedere spesso come vengono trattati i loro figli a scuola, cercare di farli parlare, sfogare e aiutarli a diventare sicuri di sé stessi.

Da dove vengono le paure che ognuno di noi ha? E come si fa a rendere la fragilità una risorsa?

È difficile capire da dove vengano le paure, ci sono diversi fattori che le causano. Il rapporto con i genitori, qualcosa che ci è accaduto, la fragilità, l’insicurezza… Nel libro ho inventato un personaggio che dà utili consigli a chi soffre di qualche fobia o mania per trasformare le fragilità in risorse. Sono strategie per spostare l’attenzione dalla paura a qualcosa di positivo, addirittura di potente. La paura rimane ma viene superata dalla soddisfazione di averne tratto qualcosa di buono.

Se qualcuno le confidasse di essere vittima di bullismo cosa gli consiglierebbe?

Di farsi un gruppo di amici, di parlare con i genitori e gli insegnanti, di non tenersi tutto dentro perché, come abbiamo visto purtroppo spesso, poi la sofferenza può esplodere in atti drammatici contro sé stessi.

Che ruolo rivestono la scuola, la famiglia, la collettività in quest’ambito?

Fondamentali. La famiglia per l’educazione dei più piccoli al rispetto dell’altro. La scuola per ascoltare bulli e bullizzati e poi agire. Ci vorrebbe però un maggiore dialogo tra insegnanti e genitori, che adesso sta diminuendo drasticamente.

Anche per il fenomeno del bullismo come in generale per molti abusi si può sostenere che vi sia una sorta di ciclicità, di coazione a ripetere, perché spesso chi è violento lo è perché non conosce altro linguaggio e ha subito prepotenze a sua volta?

Certo, se si è figli di un genitore violento è più facile che si agisca in modo aggressivo. Ma ci sono anche bulli che hanno genitori miti. Il vero problema, che sottolineo nel libro, è il branco. Quando il bullo è solo non fa niente di male. Io ho raccontato di un bullo poeta, di un bullo che adora la sorellina piccola, di un bullo campione di sport, di un bullo che smette di esserlo per amore. Ma quando si è in gruppo si vuole emergere, fare bella figura di fronte agli altri e questo significa agire nel modo peggiore.

Chi sono i bulli? E chi le vittime?

I bulli non vogliono seguire delle regole. Pensano di potersi esprimere solo nella sopraffazione.  Vogliono sentirsi potenti e avere il controllo. Sono interessati solo alla loro popolarità. Le vittime pensano di essere destinate a essere sopraffatte. Sono ragazzi sensibili, di solito isolati e dimostrano la propria fragilità che così viene presa di mira.

La nostra società tutela la fragilità, o la considera il simbolo di una sconfitta, di un’inettitudine a vivere?

“Sei un fallito!” si sente dire spesso nei film. La nostra società apparentemente tutela la fragilità, a parole, ad articoli di giornale, ma poi che cosa fa per i più deboli? Poco o niente. La fragilità non è un difetto, spesso la persona fragile è molto sensibile, buona, generosa. Ripeto, i bulli vanno fermati con l’educazione a casa e a scuola, le punizioni severe. Ma anche con il confronto. Riunioni tra bulli e bullizzati perché esprimano le loro ragioni, perché trovino un modo per capirsi, dialogare, spiegarsi. Poiché i ragazzi si confidano raramente con genitori e insegnanti, forse uno psicologo a scuola sarebbe importante. Qualcuno al di fuori dello studio, dei risultati, dei giudizi, che possa ascoltare e dare consigli.

Perché ha deciso di scrivere questo libro? E in generale perché scrive, e perché, secondo lei, si scrive?

Io scrivo da sempre. È il mio modo di vivere. Ho pubblicato trentacinque libri e per ognuno ho studiato tanto. Mi piace imparare cose nuove e raccontarle. Per i romanzi storici viaggio nei luoghi che narro per fare lunghi sopralluoghi, leggo centinaia di libri in varie lingue per documentarmi. Per gli altri libri, come questo, cerco di parlare di qualcosa in modo nuovo. Ho letto tanti young adults e li ho trovati pessimisti, negativi, scritti male. Ho voluto parlare di bullismo perché è un problema che ha bisogno di essere arginato ma nelle mie conferenze scolastiche e nei corsi di scrittura che tengo per ragazzi mi sono accorta che i giovani sono pieni di paure, ossessioni, manie. Ho voluto raccontarle e cercare un modo alternativo alla terapia o alle medicine per attenuarle con la volontà, trasformandole in risorse.

 

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