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“Trilogia della città di Parigi”

71YpFqjO9kL._AC_UY218_ML3_.jpgdi Gabriele Ottaviani

È anche una ragazza per bene – non è una baldracca come tante che con la scusa della liberazione delle donne va in giro a sfasciare famiglie. È minutissima, troppo elegante per fare l’attrice, e infatti fatica a sfondare anche se è molto più bella e con più presenza della maggioranza delle pompinare che occupano abusivamente gli studi televisivi. E proprio perché c’era Elsa, quando quel porco di Jeff ha detto “ma andiamo da me – ho appena comprato casa – andiamo da me che qui non c’è posto, ci facciamo portare qualcosa lì”, Xavier ha seguito l’azione. Jeff ha comprato un appartamento troppo di merda. Di sicuro nasconde qualcosa, quest’uomo mente, si sente puzza di eredità e lui fa finta di essere uno che non deve niente alla famiglia ma è evidente che quest’appartamento deve averlo ereditato, anche un cretino come Jeff non comprerebbe uno schifo del genere. E però, c’ha tenuto a ripeterlo, gli è costato quattrocentomila euro, lo ha detto per sottolineare che ha i mezzi per rimorchiare chi gli pare. La serata è stata atroce. Hanno sparlato di Delarue, come se tutti i presenti avessero scoperto solo adesso che quel tizio è un pezzo di merda circondato da idioti leccaculo che ucciderebbero padre e madre per una testimonianza che l’indomani faccia notizia. Xavier se n’è stato zitto – non gli andava di bruciarsi con Serge incazzandosi. Né di fare vedere a Elsa quanto era scoraggiato. Avrebbe voluto prenderla da parte e dirle che ci teneva a lei – quanto gli piacesse, che pensava a lei anche se non la vedeva per sei mesi… Solo che una volta che si dice a una mi piaci, è come chiederle di scopare. C’è solo un modo per restare fedeli, ed è mantenendo la distanza fisica. Fintanto che si sta a tre metri dal corpo desiderato, le possibilità che la cosa degeneri si riducono di parecchio. Jeff ha passato la serata a prenderlo in giro, con i suoi modi simpatici. Xavier non ha reagito. Ha ascoltato gli intellettuali del cinema francese autocompiacersi della qualità delle loro opere, rallegrarsi di ritrovarsi a Cannes. Cannes, si è detto Xavier, è la sagra della salsiccia piena di puttane con le Louboutin ai piedi. Tutti a ingozzarsi di caviale, il naso pieno di cocaina, dopo avere premiato il cinema rumeno. Gli intellettuali di sinistra adorano i rom, perché li vedi soffrire un casino e non li senti parlare mai. Delle vittime adorabili. Ma il giorno in cui uno di loro prenderà la parola, gli intellettuali di sinistra cercheranno altre vittime silenziose. Che banda di poveracci, pensava Xavier, il loro grande eroe è Godard, un tizio che non pensa che ai soldi e che si esprime con giochi di parole. Be’ sì, se il punto di partenza era quello, di sicuro erano riusciti a precipitare in caduta libera. Com’era giusto che fosse. Xavier è tornato a casa non così devastato da stare male. S’è masturbato in gabinetto pensando a Elsa, poi s’è lavato le mani ed è crollato a letto accanto alla moglie. Detesta farlo, ma non sarebbe riuscito ad addormentarsi. È solo la mattina dopo che ha capito a che punto la serata era stata indigesta.

Trilogia della città di Parigi – Vernon Subutex, Virginie Despentes, Bompiani, traduzione di Tiziana Lo Porto. Sono stata a letto con centinaia di maschi senza mai rimanere incinta, e comunque sapevo dove andare ad abortire, senza l’autorizzazione di nessuno, senza rischiare la pelle. Sono diventata una puttana, ho passeggiato per la città con tacchi alti e profonde scollature, senza doverne render conto a nessuno, ho incassato e speso ogni centesimo che ho guadagnato. Così parla di sé medesima Virginie Despentes: scrittrice e regista – celebre e scandaloso, soprattutto a detta degli ipocriti, Baise-moi, in Italia Scopami -, ha talento di narratrice, non lascia nulla al caso né all’approssimazione, con acume deflagrante, destabilizzante e formidabile e senza pruderie alcuna dipinge e declina nella sua caleidoscopica policromia la realtà sempre più decadente, malsana, marcia, squallida, falsa, cattiva, invidiosa, rabbiosa, proterva, materialista, mercificante e spersonalizzante che stiamo vivendo, prendendo le mosse dalla figura centrale di un uomo ai margini che ha un nome, il Vernon Subutex del titolo, che è e sembra un marchio, di materassi, per la precisione, magari uno di quelli buttati in mezzo alla strada quando non si sa più cosa farsene in una via certo periferica della vera e irresistibile, vibrante e pulsante prima attrice, santa e assieme meretrice, sublime e frizzante, di questa commedia umana così ben descritta, in cui gravitano, tutti in cerca di un senso al loro vagare, attorno a lui, venditore di dischi travolto dalla crisi e mantenuto da un cantante di grido che però muore d’overdose nella vasca da bagno gettandolo in mezzo alla strada con la sola ricchezza di qualche video privatissimo gelosamente conservato, ricchi e poveri, trans e donne col velo, criminali e filosofi: Parigi, o cara. Da non perdere.

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