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“Notti in bianco”

71p5TP1q5sL._AC_UY218_ML3_.jpgdi Gabriele Ottaviani

La morte di Wilson non fu l’ultimo dei nostri problemi. Venne fuori che il medico era un impostore. Come capita spesso e volentieri quando le voci corrono, il ranger aveva mal interpretato la sua storia. Il medico non era affatto un medico, bensì un pittore che negli anni Settanta aveva frequentato l’istituto d’arte nel Rhode Island. Deluso da New York, aveva assistito alla rovina del proprio matrimonio con una giovane prostituta e aveva perso tutto l’amore per la città. Una sera, di ritorno dal parco dove era andato a comprare un po’ di fumo, aveva conosciuto la cameriera di un diner. La ragazza aveva mollato infermieristica e aveva una mezza idea di tornare a lavorare nel suo adorato teatro. Quella sera il pittore l’aveva convinta che il suo posto fosse invece accanto a lui in campagna. L’aveva fatta trasferire sul monte Fay, lontano dai critici d’arte e dai clienti, a condurre una vita più semplice soffocando le rispettive delusioni. Il medico dipingeva paesaggi marini e fattorie. Vendeva i quadri alle banche e agli ospedali del posto. La sera in cui era andata a trovare Wilson prima che morisse, Callie ne aveva visto uno appeso all’ingresso del pronto soccorso, un dipinto a olio che raffigurava una solitaria barca a vela in una baia. Questo valeva il nostro medico, una barca pidocchiosa nel braccio della morte di un ospedale di infima categoria. Il che spiegava i fagiani e le gravidanze della moglie. Era un artista e un perdigiorno che passava le giornate a scopare, e quando non scopava era fuori a dipingere gli uccelli. In città la notizia della sua caduta gettò tutti in confusione. Le speranze che avevamo riposto nel suo buon nome erano andate in frantumi. E non finì lì. Una giovane contadina aveva rubato il cuore di Cash.

Notti in bianco, Annie De Witt, Black coffee, traduzione di Leonardo Taiuti. America profonda, rurale, hilbilly, estate del millenovecentonovanta: nasce Windows, scoppia la guerra del golfo, nelle praterie i cavalli cadono come mosche, vittime di un morbo che non ha nome né spiegazione. Jean non conosce altro che il fazzoletto di terra che abita da sempre, ha tredici anni, un gran desiderio e al tempo stesso una straziante paura di crescere: abbandonata di fatto dalla madre, trova un baluardo fisico e metaforico nell’amicizia con un ragazzo in balia della sua solitudine, ma… Intenso, avvincente, emozionante, epico, un Bildungsroman dai toni fiabeschi gravido di spunti, livelli di lettura, chiavi d’interpretazione: suggestivo, impeccabile, imprescindibile.

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