venezia 76

“The burnt orange heresy”

the-burnt-orange-heresydi Gabriele Ottaviani

The burnt orange heresy. Ovvero, L’eresia dell’arancio bruciato. Fuori concorso. Il film di chiusura – un po’ debole, in tutta onestà – della settantaseiesima mostra d’arte cinematografica di Venezia, nel complesso viceversa, come del resto accade pressoché sempre, caratterizzata da un livello medio certo non basso, anzi. Di Giuseppe Capotondi. Con protagonisti Claes Bang, Elizabeth Debicki, Mick Jagger e Donald Sutherland, che non si può affatto dire che compiano il proprio dovere in modo malvagio. Al netto della sospensione dell’incredulità necessaria per non rimanere un po’ esterrefatti in certi frangenti, soprattutto quando la non necessaria, e meno interessante rispetto alla linea principale, sottotrama thriller prende il sopravvento, è la godibile storia di un affascinante critico d’arte più di forma che di sostanza, un uomo dunque che per natura e professione è avvezzo a compiere discettazioni, analisi e finanche vaniloqui millantatori sull’arte, la bellezza, il nulla, il vero e il falso, che in Italia incontra una ragazza di un paesino del Minnesota a sud di Duluth che sostiene di chiamarsi Berenice e la invita a recarsi nella tenuta sul lago di Como di proprietà di un prestigioso collezionista che vuole metterlo in contatto con un artista formidabile che ospita, un eremita à la Salinger. Ma…

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