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“I ragazzi della Nickel”

978880471322HIG-312x480.jpgdi Gabriele Ottaviani

Desmond aveva nascosto la medicina sotto la giacca a vento e l’aveva portata al Cleveland. Uno di loro – alla fine nessuno si sarebbe ricordato chi – suggerì di metterla nella bevanda di qualcuno del personale. Altrimenti perché Desmond l’aveva presa? Ma fu Jaimie a concretizzare il piano, respingendo tranquillamente ogni obiezione. «Tu a chi la daresti?» chiese Jaimie a ciascun amico a turno, in tono enfatico. Aveva una balbuzie che sgattaiolava fuori quando faceva domande – eredità di uno zio svelto con le mani –, ma che scompariva durante le discussioni sulla lattina. Desmond nominò Patrick, un sorvegliante che lo aveva picchiato perché aveva bagnato il letto e lo aveva obbligato a trascinare il materasso sporco in lavanderia nel cuore della notte. «Quel bifolco del cazzo, voglio vederlo vomitare le budella.» Erano nella sala di ricreazione del Cleveland, dopo la fine delle lezioni. Nessun altro in giro. Ogni tanto una folata di vento trasportava le acclamazioni da uno dei campi sportivi. A chi la daresti? Elwood suggerì Duggin. Nessuno sapeva che lui e Duggin avevano avuto uno scontro. Duggin era un bianco dalla schiena robusta, con il passo pesante e un’espressione sonnolenta negli occhi bovini. Ti compariva davanti di colpo, come una pozzanghera o una buca nella strada, e allora scoprivi che le sue manone carnose erano più rapide di quanto pensassi, a pinzare scapole, ad accalappiare un collo sottile. Il sovrintendente, raccontò Elwood, gli aveva dato un pugno nello stomaco perché aveva parlato con uno studente bianco, un ragazzo che aveva incontrato all’ospedale. La fraternizzazione tra gli studenti dei due campus non era vista di buon occhio.

I ragazzi della Nickel, Colson Whitehead, Mondadori, traduzione di Silvia Pareschi. Torna in libreria l’autore dalla prosa poderosa, solenne e universale, che fa immergere il lettore nelle pieghe polverose, atre e poco note delle vicende del passato americano, sovente violento e schiavista ma anche gravido di speranza e passioni, e che gli ha già permesso di aggiudicarsi riconoscimenti importanti come il Pulitzer e il National Book Award. Celebrato pure dal Time con una splendida copertina (foto di Wayne Lawrence) il narratore d’America Colson Whitehead dopo un’avventura vibrante ambientata nel secolo decimonono ci riporta con mano sicura nel Sud segregazionista, ma, sempre ispirandosi alla drammatica verità dei fatti della storia, a metà del Novecento, quando le istanze per i diritti civili come fiori nell’asfalto cercano sempre più di conquistare il proprio posto sotto la salvifica luce del sole: Elwood è giovane. È un bravo ragazzo. È promettente. È nero. È sfortunato. Finisce senza colpa né peccato in un riformatorio apparentemente d’abbacinante nitore, in realtà un luogo di perversione e perdizione. Imprescindibile. Splendido sin dalla copertina.

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