venezia 76

“J’accuse”

56598_hddi Gabriele Ottaviani

Sulle colonne del quotidiano progressista L’Aurore il cantore degli emarginati, il padre del naturalismo, Émile Zola, scrittore magnifico a livello non solo francese ma globale, lancia, rischiando moltissimo e pagando un prezzo estremamente salato, il suo personale J’accuse contro la società francese del suo tempo, un’accolita antisemita che, caso paradigmatico, fa terra bruciata intorno a un ufficiale dell’esercito meritevole ma emarginato, orribilmente vessato per anni e ingiustamente accusato, infamato e punito esclusivamente proprio in quanto ebreo, perfetto capro espiatorio: è l’inizio della stagione più nera della storia recente, dato che poco più d’un secolo non è davvero nulla, nient’altro che poche gocce nel torrente delle umane sorti, di rado, loro, invece, progressive. È infatti il cinque di gennaio del milleottocentonovantacinque quando tutto comincia: dando esecuzione a una sentenza della corte marziale del ventidue di dicembre dell’anno precedente il capitano Alfred Dreyfus, ora sepolto, come la divina Seberg e tanti altri, nel camposanto parigino di Montparnasse, ma allora giovane e promettente ufficiale dell’esercito francese, viene, dopo essere stato accusato di collaborazionismo con la Germania, potenza nemica (l’eco di Sedan non si è ancora spenta…), degradato e condannato alla deportazione a vita nell’Isola del Diavolo, nell’Oceano Atlantico, al largo delle coste della Guyana francese, come un qualsiasi Papillon, sia detto con rispetto. Fra i testimoni, nonché di fatto tra i responsabili della sua abietta umiliazione, c’è Georges Picquart, uomo d’onore nell’accezione più alta dell’abusata locuzione, promosso a capo dell’unità di controspionaggio che si è accanita sul giovane, ma che poi a sua volta precipita in un vortice pericolosissimo: perché si dà il caso che ai tedeschi le informazioni riservate dalla Francia continuino a giungere, dunque con ogni evidenza qualcosa non è andato come doveva, e non c’è voce più difficile da tacitare di quella, qualora la si possegga, d’un’onesta coscienza… Da qui prende le mosse la ricostruzione perfetta, che assurge anche a splendido e simbolico affresco (nonché sensibile e intensa meditazione sulle miserie umane e la calunnia, da cui difendersi è impossibile, perché si trova sempre un idiota disposto a crederci), riuscito sotto ogni aspetto, impeccabile e ulteriormente impreziosito dalla grande compagine attoriale, che vede protagonisti fra gli altri Jean Dujardin, Louis Garrel, Emmanuelle Seigner e Grégory Gadebois, di Roman Polanski, celeberrimo maestro del cinema contro cui, in maniera inopportuna, e falsando di fatto il concorso, si è scagliata per annose e ritrite vicende che nulla hanno a che fare col film in questione l’attuale presidentessa della giuria della settantaseiesima edizione della mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, Lucrecia Martel, ora certamente nota a tutti. Da non perdere.

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