Libri

“Le leggi dell’abitudine”

unnamed (4).jpgdi Gabriele Ottaviani

Colui che vuole imparare a suonare il piano non solo muove le sue dita su e giù per premere i tasti, egli muo­ve l’intera mano, l’avambraccio, e persino tutto il corpo; e specialmente muove la sua parte meno rigida, la testa, come volesse premere i tasti anche con quell’organo. Spesso avviene anche una contrazione dei muscoli addo­minali. Principalmente, comunque, l’impulso è determi­nato dal movimento della mano e del singolo dito. Ciò ac­cade, in primo luogo, perché il movimento del dito è il movimento pensato, e in secondo luogo perché il suo movimento e quello del tasto sono quelli che cerchiamo di percepire, assieme al risultato di quest’ultimo nell’orec­chio. Più il processo è ripetuto con frequenza, maggiore è la facilità con cui il movimento si esegue, sulla base dell’aumento della permeabilità dei nervi messi in gioco. Ma più il movimento avviene con facilità, minore è lo stimolo richiesto per sollecitarlo; e più lo stimolo dimi­nuisce, più il suo effetto si limita alle sole dita.Pertanto, un impulso che inizialmente estende i suoi effetti a tutto il corpo, o almeno a molte delle sue parti mobili, si circoscrive gradualmente a un singolo e defini­to organo, sul quale produce la contrazione di un numero limitato di muscoli. In questo cambiamento i pensieri e le percezioni che danno avvio all’impulso creano relazio­ni causali interne sempre maggiori con un gruppo parti­colare di nervi motori. Per ricorrere a un’analogia, almeno in parte calzante, si può immaginare il sistema nervoso come un sistema di drenaggio, che si direziona nel suo insieme verso certi muscoli, la cui zona di fuga pare come bloccata. Allora i flussi di acqua tenderanno nel complesso a riempire i tubi di drenaggio che vanno verso questi muscoli e ripulire la zona di fuga. Nel caso di una “scarica d’acqua” improv­visa, comunque, l’intero sistema di canali si riempirà, e l’acqua strariperà ovunque…

William James, Le leggi dell’abitudine, MimesisTraduzione e cura di Denise Vincenti. Con una nota di Marco Piazza. Non c’è nulla di più rassicurante dell’abitudine. È un po’ come la lamentela, ci si adagia su di essa per definizione. È l’emblema della cosiddetta comfort zone, ossia quello stato psicologico nel quale le cose appaiono talmente familiari da far sì che ci si senta sempre e comunque, o quasi, a proprio agio, in grado di tenere pressoché tutto sotto controllo, limitando al massimo l’ansia e lo stress, garantendo un rendimento costante. Ma senza rischio non c’è crescita: insomma, il brodo è tanto buono ma se non c’è il prezzemolo non ha sapore, la vita è tanto bella ma se non c’è il coraggio non è saporita, ed è meglio un capitombolo che non provarci mai, per citare una canzone di fama. Non era mai apparsa in italiano prima d’ora questa riflessione sulle dinamiche, finanche vischiose, dell’abitudine che porta l’arguta firma dal più grande psicologo sperimentale americano: ora c’è, ed è da leggere.

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