Libri

“Il mio nome era Anastasia”

81TrudRP34L._AC_UY218_QL90_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Mi creda, zarevna, sarà in America prima ancora che sappiano che se n’è andata.

Il mio nome era Anastasia – Il romanzo dei Romanov, Ariel Lawhon, Piemme. Traduzione di Laura Bussotti. L’anno è il millenovecentodiciotto, il mese è quello di luglio, il giorno è martedì sedici, la festa della Beata Vergine del Carmelo: ma non c’è nulla di piacevole da celebrare a Ekaterinburg, sul lato orientale degli Urali della cui regione è ora il principale centro industriale e culturale. La famiglia dello zar Nicola II è agli arresti domiciliari. E viene completamente trucidata. Almeno, così dicono. Ma dopo circa diciotto mesi, il diciassette di febbraio del millenovecentoventi, in un canale di Berlino viene ritrovata quasi morta per assideramento una donna dal corpo devastato di cicatrici: dopo un po’ di tempo costei finalmente apre bocca e sostiene di essere non, come molti ritengono che sia, Anna Anderson, una polacca emigrata in Germania bramosa di denaro, bensì Anastasia Romanova, la ragazzina temeraria che tutti amavano, la rampolla, la piccola di casa, l’ultima erede. La storia è notissima e ha dato adito a un mare di illazioni, versioni e teorie, finanche filmiche: il romanzo di Ariel Lawhon è brillante, sorprendente, piacevolissimo, formidabile, intricato e intrigante.

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