Libri

“La vita senza fard”

LT-conde-fard.indddi Gabriele Ottaviani

Quanto a Denis, poiché tutti concordavano nel giudicarlo moscio, una «bambinetta», decisi di farne un «vero maschio» e lo iscrissi ai «Figli della Rivoluzione». Il fine settimana, andava a fare il bagno in piscina, giocava a calcio o faceva interminabili camminate in campagna. Io mi rendevo perfettamente conto di quanto odiasse quel genere di attività, però tenevo duro. Non mi aspettavo, però, che il peggio dovesse ancora arrivare. Un giorno, non ancora ripresosi dalle attenzioni che gli infliggeva sua nonna, mi chiese all’improvviso: «Ma sono davvero il fratello delle bambine?» «Perché me lo chiedi?» feci io, presa in contropiede. «È che sono tanto chiaro e loro invece sono nere.» Sapevo perfettamente che un giorno avremmo avuto quel genere di conversazione. Ma non me l’aspettavo così presto! Aveva appena sei anni. Non trovai di meglio che confessargli la verità, visto che un’eccessiva quantità di bugie e di non detti appestavano già l’atmosfera intorno a noi. «È che non avete lo stesso padre!» balbettai. Sgranò i begli occhi marroni che subito si riempirono di lacrime: «Vuoi dire che non sono fi glio di papà?» Su questo punto, la Guinea non andava molto per il sottile. A scuola, a mensa, ai «Figli della Rivoluzione», ovunque, insomma, era conosciuto come «Denis Condé». «No!» gli spiegai, consapevole della mia crudeltà, ma incapace di tornare sui miei passi. «Tuo padre è un haitiano.» «Un haitiano!» gridò sconvolto, come se gli avessi risposto: «Un marziano!» Da quel momento in poi i rapporti tra me e mio figlio cominciarono a complicarsi, a degradarsi e lui, così affettuoso e sensibile, iniziò a poco a poco a trasformarsi in un essere asociale…

La vita senza fard, Maryse Condé, La Tartaruga. Traduzione di Anna D’Elia. Nell’anno del signore duemiladiciotto le è stato conferito il cosiddetto Nobel alternativo per la letteratura, ossia il New Academy Prize, per il quale, nel novero dei candidati nominati dai bibliotecari della Svezia, paese che l’anno scorso, a causa di uno scandalo, sulla scia, sempre, in verità, purtroppo più raffazzonata e confusa del #metoo, e di tutto ciò che vi è connesso, non ha assegnato, riservandosi di fare un doppio nome quest’anno, quello che è il riconoscimento al genio per antonomasia, ha battagliato in finale nientedimeno che con Neil Gaiman, Kim Thúy e Haruki Murakami: con ogni evidenza basterebbe questo, oltre al resto della sua produzione letteraria, ancora troppo ignota, perlomeno alle nostre latitudini, per sottolineare quanto sia stentorea la portata significativa della voce di Maryse Condé, guadalupense che ha cercato in Africa le proprie origini e vive ora fra gli USA e la Francia dopo aver a lungo insegnato alla Columbia. La vita senza fard è la sua autobiografia, genere quanto mai infido perché, anche se non si capisce per quale motivo si dovrebbe mentire dal momento in cui si decide di scrivere un libro sulla propria storia, testi di tal genia, come dice l’autrice stessa, finiscono troppo spesso col trasformarsi in opere di fantasia. L’essere umano sembra nutrire un tale desiderio di raffigurarsi una esistenza diversa da quella realmente vissuta, che finisce per abbellirla spesso suo malgrado. La vita senza fard va dunque considerato un tentativo di dire le cose come stanno, rifiutando i miti e le facili e lusinghieri idealizzazioni. Di tutti i miei libri, credo sia forse il più universale. Ha ragione: è infatti maestoso, potente e pieno d’empatia: imprescindibile.

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