Intervista, Libri

“Il sentiero dei figli orfani”: intervista a Giovanni Capurso

piatto_CAPURSO-250x393di Gabriele Ottaviani

Giovanni Capurso ha scritto il bellissimo Il sentiero dei figli orfani: Convenzionali lo intervista felicemente per voi.

Da dove nasce questo romanzo?

Questo romanzo nasce per spiegare come la realtà è molto più complessa di quello che pensiamo. Non è a nostra disposizione. Talvolta implica la necessità dell’assurdo. E i giovani devono capirlo a loro spese, come accade a Savino, il protagonista di questo romanzo.

Che luogo è la Basilicata?

Per me è un luogo magico, ancestrale. Di essa mi ha sempre attratto il suo essere senza tempo, quasi incorrotta dal degrado della società postmoderna. Pensiamo ad Aliano al centro di paesaggi lunari, i calanchi, o San Fele dove è ambientata la storia di questo romanzo fatto di corsi d’acqua che s’intersecano tra di loro. Nel romanzo queste ambientazioni e l’amore per questa terra ho cercato di farle emergere tutte.

Daria Bignardi ha raccontato che quando ha pubblicato il suo Non vi lascerò orfani – chiara citazione biblica – molti inizialmente hanno avuto come un moto di pena per quel titolo, per quella parola così forte, che spaventa, orfani: a lei che effetto fa questo lemma di tanto grande impatto emotivo?

Sì, effettivamente il tema dell’“essere orfani” può generare un moto di pena, ma credo possa diventare anche un invito ad entrare nello “spirito della complessità” come dice Milan Kundera. In particolare, il lemma orfani indica la sofferenza di chi è costretto ad andar via dalla propria terra d’origine per costruirsi un’identità altrove.

Lei insegna filosofia: dove possiamo trovarla nella società d’oggi?

Come nel mio romanzo, credo, la filosofia serve ad andare oltre la superficialità, per condurre le persone, e in questo caso i lettori, a una riflessione più profonda, anche etica.

L’adolescenza è il tempo della speranza o della disperazione?

Direi che ci sono entrambe le componenti. Pertanto direi del “conflitto”. In generale i giovani tendono a vedere le cose in maniera dualistica, sono portati a rapidi slanci emotivi, sia in senso positivo che negativo. Nel protagonista del romanzo, Savino, tale aspetto emerge chiaramente.

Perché scrive?

In altre occasioni ho scritto più per un potenziale lettore come si può scrivere un thriller o un giallo. Questo romanzo invece l’ho scritto più per un bisogno personale: avevo qualcosa da dire a me stesso. In tal senso tutti i personaggi che ho creato sono parti di me come in un puzzle, non nel senso biografico, ma come proiezioni del mio io, a partire dal protagonista Savino.

Il libro e il film del cuore, e perché.

Da bambino rimanevo incollato ad alcuni film del genere fantastico: Peter Pan, La storia infinita e Il Mago di Oz. Questa componente fanciullesca e sognatrice mi è rimasta, anche se per un professore di filosofia forse fa un po’ ridere.

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