Cinema

“La mia vita con John F. Donovan”

la-mia-vita-con-john-f-donovan-immagini-1-1280x640di Gabriele Ottaviani

Probabilmente il problema è la firma, oltre al fatto che ha avuto una vicenda assai travagliata, che Kit Harington non è Laurence Olivier, che la sequenza della cena di famiglia con tanto di manzo alla borgognona e soprattutto del dopocena alcolico non è particolarmente riuscita e che la pellicola nel complesso paga una certa naïveté di fondo dovuta alla tematica ambiziosa e al tempo stesso molto intima proprio per esperienza personale del geniale regista, Xavier Dolan, che da bambino scrisse una deliziosa letterina al suo amato Leonardo Di Caprio, di cui ha reso partecipe il pubblico di Toronto, quando ha presentato La mia vita con John F. Donovan, in sala dal ventisette di giugno, cinquantesimo anniversario di Stonewall (e il tema gay qui c’è, eccome), per la sempre meritoria Lucky Red: se il film non fosse del genio che ci ha regalato Mommy e tanti altri scintillanti diamanti, abituandoci troppo bene, tutti avrebbero applaudito fino a spellarsi le mani e nessuno lo avrebbe recensito con toni francamente inadeguati. A sentire chi l’ha visto prima di noi, infatti, sembrava ci trovassimo di fronte a un vero abominio, sulla falsariga di quello che si permetteva l’hybris di paragonare Gea Martire a Britney Spears, con tutto il bene. Invece, con rispetto parlando, e a nostro modestissimo avviso, non è affatto così: non è certo l’opera migliore in assoluto di Dolan, ha un andamento meno solido, coeso e sontuoso del consueto, ma oggettivamente ce ne fossero di fotografie così intense, di usi così sapienti della colonna sonora (si veda alle voci Adele e Stand by me, su tutti), di guizzi tanto vivaci, anche se un po’ estemporanei, nei dialoghi. Bisogna essere in malafede per non notare questi aspetti, suvvia. Una giornalista di grido, una di quelle dure e pure e dunque secernenti spocchia, di origini congolesi ma di casa a Praga e Londra, che torna dall’Afghanistan per andare in Nigeria, che cerca sempre e comunque la verità e vuole portare la luce sulle brutture del mondo, è costretta, nella capitale ceca, nell’anno del Signore duemiladiciassette, a intervistare un attorucolo poco più che ventenne che ha pubblicato la corrispondenza che sostiene di aver avuto, sin da quando aveva sei anni ed era un ragazzino intelligentissimo, e pertanto bullizzato e pressoché solo al mondo, con un divo della tv, anche lui solo, con un rapporto problematico con la famiglia, specie col padre, infelice, insicuro, fragile, in cerca di amore, comprensione, tenerezza e di pace, consapevole – di rado accade – dei propri errori e soprattutto triste perché di fatto si sente in colpa per il solo esistere (ma come si può pensare di aver usurpato un posto che in realtà, da Dio o chi per lui, è stato creato apposta per noi? Dovremmo ricordarcelo sempre, quando non siamo capaci di vedere l’affetto che ci circonda…) e perché costretto, per non perdere tutto, anche se forse il suo inconscio vuole sabotare la sua stessa quotidianità, a vivere un’esistenza di menzogne. Ma i pregiudizi della cronista presto dovranno per forza di cose dissolversi… Nel cast, valido (chissà che ruolo aveva Jessica Chastain?), tra gli altri anche Natalie Portman, brava, Jacob Tremblay, bravissimo, Susan Sarandon e Kathy Bates, dalla professionalità esemplare, Ben Schnetzer, particolarmente in parte, Emily Hampshire, Thandie Newton e Jared Keeso, tutti assai funzionali. Come ogni opera di Dolan, dunque, non solamente, ammesso che l’avverbio sia adeguato, un film, ma un vero atto d’amore.

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