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“Il sentiero dei figli orfani”

piatto_CAPURSO-250x393.jpgdi Gabriele Ottaviani

Con Aldo dovevo condividere una camera non troppo grande e alcuni spazi al suo interno come la scrivania e l’armadio. I nostri litigi erano più che altro dei duelli a distanza o dei singolari giochi d’astuzia. Anche quella volta, nonostante l’invito a moderarsi, volle sottolineare la mia sbadataggine, perché lasciavo le mie cose sparse dappertutto e quella mattina avevo dimenticato il vasetto della cioccolata aperto. Risentito, me ne tornai in camera e scoprii che aveva appallottolato e cestinato i due poster degli indiani che tappezzavano la parete sopra il mio letto, mentre il gagliardetto della Juventus era rimasto intatto al suo posto solo perché era tifoso degli stessi colori. Cercai di controllare il respiro, di far sbollire la rabbia. Sì, era il momento giusto per regolare i conti, ma non feci in tempo a esibire le mie rimostranze perché sentimmo il suono di un clacson rimbalzare in casa. Spostai la tenda e sbirciai: una macchina scura, smaltata, era ferma sul ciglio della strada. Un uomo ben vestito, brizzolato, con camicia e pantaloni dal taglio classico, scese e abbracciò mio padre. «La faccia non è proprio cambiata» disse. «Tu, piuttosto, sei rimasto tale e quale. Non hai messo neanche i capelli bianchi». «Per quelli non ti preoccupare, ora ci arrivo… e le rughe, non le vedi? Mi sono fatto vecchio». Il finestrino dalla parte del passeggero si abbassò. «Come stai, signora?» si udì dall’abitacolo. Mia madre agganciò le mani al vetro, si abbassò e scambiò dei baci affettuosi con la donna nell’auto. Dopo di che quest’ultima uscì assieme alla figlia.

Il sentiero dei figli orfani, Giovanni Capurso, Alter ego. Suggestivo sin dalla copertina, il romanzo suadente e trascinante del giornalista, scrittore e docente di filosofia Giovanni Capurso attraversa il selvaggio territorio di un’adolescenza scabra e brulla come terra riarsa, succosa come il frutto selvatico e saporito di un albero dai rami tortuosi, per il tramite di Savino, figlio d’un padre malinconico e una madre serafica, nipote d’uno zio bizzarro, sempre in lite – ma sono scaramucce – più che altro – col fratello e bramoso d’avventura e scorribande con l’amico Anguilla, che, in una lunga estate calda ma al tempo stesso misteriosa, ancestrale e oscura come una polla d’acqua, stagnante pur sotto la luce splendente, si affaccia alla vita inerpicandosi per i viottoli acciottolati e attorcigliati di San Fele, il suo paese, nel bel mezzo della Basilicata, finché… Da non perdere.

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Una risposta a "“Il sentiero dei figli orfani”"

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