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Roman Poetry Festival: intervista a Igor Patruno

1559642583089_castelporziano2di Gabriele Ottaviani

A Igor Patruno si deve il Roman Poetry Festival: Convenzionali con gioia lo intervista per voi.

Cos’è la scuola romana?

La scuola romana è nata all’inizio del Novecento in via dei Sediari, una viuzza nelle vicinanze di piazza Navona, dove era la casa di Sergio Corazzini.  In realtà più che uno stile unico e definito, si va dal crepuscolarismo alla “disperata vitalità” di Pasolini, la scuola romana è caratterizzata da due elementi ben distinguibili. Innanzi tutto una smisurata “passione dell’io”, un “io in fiamme” che reagisce alle contraddizioni della modernità. L’altra caratteristica è la predilezione per la poesia orale, ovvero recitata, si va da Palazzeschi che studiava da attore, alle performance del Beat 72, fino al Festival Internazionale dei Poeti del 1979 a Castelporziano. Volendo fare qualche nome si va da Palazzeschi a Cardarelli, da Penna a Pasolini, passando per la Morante, la Rosselli, e poi ancora Bellezza, Zeichen, Manacorda, Di Francesco, Veneziani, Scartaghiande, Magrelli, Paris. Proprio Renzo Paris pubblicò nel 1982 per Lerici, “L’io che brucia”, una antologia della scuola romana di poesia. In occasione della mostra “Poeti a Roma” che sarà al WeGil fino al 23 giugno e dell’evento ad essa collegato, ovvero il Roman Poetry Festival del 16 giugno, Edizioni ponte Sisto ha ristampato “L’io che brucia” in edizione limitata, in vendita solo nel bookshop della mostra.

Perché oggi c’è bisogno di poesia?

La poesia, pur essendo la più fragile tra le attività che utilizzano il linguaggio – non produce enunciati teorici, mavisioni –  è tuttavia in grado di andare oltre il dicibile. Mi spiego meglio. Il linguaggio della poesia è disvelante perché sfiora qualcosa di cui il logos, ovvero il ragionamento razionale, non può parlare. Dunque se vogliamo davvero conoscere noi stessi e il mondo nel quale viviamo abbiamo un disperato bisogno di poesia. Ma non basta. La poesia è anche e soprattutto prendersi cura con la parola, con il linguaggio del mondo e dell’umano che lo abita. Nella nostra modernità sfilacciata, “prendersi cura” dell’esserci nel mondo e delle entità che lo compongono è molto importante.

Quale messaggio spera che questo evento trasmetta al pubblico?

Spero che il Roman Poetry Festival contribuisca a suscitare una nuova attenzione per la poesia, da parte del pubblico, ma anche delle istituzioni. La poesia deve tornare nelle scuole, e devono essere i poeti a portarcela, con la loro voce, con la loro presenza fisica.

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