Libri

“La capitale”

61acb+8TsZL._AC_UL436_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Per tutta la vita, pensò, non aveva capito perché si facesse un gran parlare di «buon sesso». Ma davvero aveva pensato: «per tutta la vita»? Avrebbe potuto dirlo suo padre, era lui che usava espressioni di quel genere. Comunque: il «buon sesso» per lui era solo una chiacchiera, una sospetta interpretazione in chiave ideologica di un istinto umano, che non era possibile giustificare né spiegare anche solo approssimativamente, così come non era possibile farlo per la «buona cucina» in rapporto all’istinto umano di nutrirsi. Alois Erhart era del partito «si mangia quello che passa il convento». Si è riconoscenti e si ringrazia Dio facendosi il segno della croce. Era figlio del dopoguerra, figlio della ricostruzione, sapeva cos’era il bisogno e aveva capito in fretta che, aumentando il benessere, crescevano anche le rivendicazioni, ma non capiva perché il buon sesso e il sesso libero dovessero diventare una rivendicazione, un tema da dibattere a livello politico e per cui lottare come se fossero una prestazione sociale che spettava a ogni individuo, alla stregua del libero accesso all’università o del diritto alla pensione. Negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso era così, era stata la sua generazione a proclamare la «rivoluzione sessuale», ma lui non aveva mai partecipato a quelle battaglie.

La capitale, Robert Menasse, Sellerio, traduzione di Marina Pugliano e Valentina Tortelli. Scrittore, traduttore e saggista dalla prosa potente, raffinatissima, elegante, ampia, travolgente, dotta e monumentale, Robert Menasse, austriaco, classe millenovecentocinquantaquattro, dottore di ricerca – ha studiato pure a Messina – con una tesi dal titolo La tipologia dell’outsider letterario esemplificata sul caso Hermann Schürrer, autore della trilogia della disillusione in cui si concede il lusso di sovvertire l’impostazione della fenomenologia dello spirito, oggettivo, soggettivo e assoluto, l’idea in sé, che esce da sé e rientra in sé di sua maestà Hegel, figlio di Hans Menasse, grande calciatore, e fratello maggiore di Eva, anch’ella maestra nell’arte della parola, dà alle stampe un ritratto formidabile della burocrazia, classico perché ricorda le strepitose fotografie del pantagruelico apparato d’impiegati che parevano muoversi come marionette a passo di carica (geniale in questo senso la descrizione coreografica che ne dà filmicamente Joe Wright nella sua Anna Karenina) fatte da tanti romanzieri dell’epoca d’oro russa, ma al tempo stesso originale, lieve come una nuvola di zucchero filato ma amaro come fiele. La capitale in questione è Bruxelles, laddove si riuniscono i funzionari di tanti mondi, i singoli paesi dell’Europa unita, altissimi papaveri che, come in ogni ufficio che si rispetti, ma qui si raggiunge l’elevazione a potenza, pensano solo ad acquisire potere a scapito di tutto il resto e di tutti i restanti. Da non perdere.

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