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“Veneti in controluce”: intervista a Giuseppe Ausilio Bertoli

813Bpie1i3L._AC_UL436_di Gabriele Ottaviani

Giuseppe Ausilio Bertoli è l’autore di Veneti in controluce: Convenzionali con gioia lo intervista per voi.

Da quale esigenza nasce questo libro?

Dall’esigenza di descrivere gli atteggiamenti dei miei conterranei mediante una serie di racconti, ovvero di episodi, di flash sulla vita quotidiana, convinto che negli atteggiamenti, nei pensieri, nei gesti di tutti i giorni trapelino le caratteristiche profonde di un popolo. Inoltre, a me non risultava fossero state pubblicate antologie del genere: preferisco non riprendere mai temi o percorsi letterari tracciati dagli autori che ho letto o su cui mi sono formato. In altre parole, mi sforzo d’essere originale.

Che terra è il Veneto?

Una terra incantevole, con le spiagge che danno ristoro e divertimento a milioni di turisti al pari delle montagne, degli altopiani e dei laghi minuscoli o grandi che siano, e con città ricche di storia e di opere d’arte famose nel mondo. Ma l’incanto lo si scopre anche osservando soltanto i tramonti, che rivelano la dolcezza del cielo, dei panorami, della natura, peraltro trasfusa nelle tele di pittori celebrati. Purtroppo anche la terra veneta, come molte altre, in questi ultimi decenni è diventata preda di individui che mirano a imporre con complicità o connivenze la loro legge disumana e i loro veleni.

Che popolo sono i veneti?

R –  Un popolo anzitutto laborioso, che del lavoro ha fatto una religione, pronto a rimboccarsi le maniche in qualsiasi evenienza, poi creativo, fantasioso, caparbio e trasgressivo nei tanti ambiti della vita. Senonché il cambiamento provocato dalla globalizzazione, dalle immigrazioni, dalle complicità pericolose e dal sopravvento della tecnologia l’ha reso sempre più diffidente e omertoso, portato a chiudersi a riccio.

Com’è cambiato il Veneto nel tempo?

Da regione dove l’agricoltura costituiva la colonna portante della sua economia, negli anni Settanta il Veneto è diventato la locomotiva d’Italia per le fabbriche che nascevano come funghi a ridosso dei cascinali e delle ville patrizie. In altre parole i veneti, prima degli anni Settanta, erano agricoltori disposti a emigrare persino nell’America latina, specie in Brasile e in Argentina, poi sono divenuti imprenditori artigianali e industriali oppure operai, continuando tuttavia a lavorare i propri  campi nel tempo libero. Oggi, invece, buona parte dei giovani, le cosiddette eccellenze, si stanno predisponendo all’innovazione tecnologica, guardando ai mercati di tutto il mondo, quasi sfidandoli. Non a caso si comincia a parlare veneto perfino in Asia e negli Usa.

In che cosa consiste l’identità veneta?

R – Rispondo parafrasando il grande scrittore e giornalista vicentino Guido Piovene: per i veneti la loro terra è una verità che non ha nulla a che fare con il sentimento nazionale né per associazione né per contrasto. È una verità in più, di natura diversa. È la persuasione fantastica che la loro terra sia un mondo, un sentimento ammirativo e quasi un sogno di se stessi che non ha l’eguale nelle altre regioni d’Italia. È una potente realtà della fantasia. Nel Veneto anche il paesaggio è per metà natura e per metà quadro, vive e si guarda vivere, e si compiace di sé (v. “Viaggio in Italia”).

Il Veneto è una regione-crocevia, molteplice anche dal punto di vista della geografia fisica: quali sono i tratti comuni e le più marcate differenze?

In effetti il Veneto è la somma di tratti geografici i più diversi, accomunati però dalla storia: si pensi alla Serenissima Repubblica, e dall’inventiva, dalla creazione anche artistica, dal legame indissolubile con il luogo di nascita: i tre milioni e trecentomila veneti emigrati hanno sempre coltivato l’idea del ritorno pur essendo inseriti in comunità in cui si tramandavano usanze, abitudini e parlate originarie. Le differenze tra popolazioni e stili di vita si riscontrano essenzialmente nei centri di montagna, verso le Alpi, dove la mentalità rispecchia quella nordica, e nei centri balneari, in cui la vena dell’ospitalità è più marcata rispetto ad altri centri seppure turistici. Ma un conto sono le zone immerse nella piana padana, un po’ chiuse, un altro conto quelle che si affacciano sul mare, aperte alle diversità, o sul lago di Garda, dove riecheggiano spesso voci e suoni lombardi.

Perché “in controluce”?

Per il motivo che, guardando la gente in controluce, quando il sole avvolge ogni cosa o quando, la notte, appare in cielo la luna, i profili della gente acquisiscono sfumature diverse, che mettono a nudo la loro anima. All’editore Giorgio Pozzi ho suggerito due titoli da dare al libro: L’anima dei veneti e Veneti controluce. L’editore ha scelto Veneti in controluce, titolo più appetibile.

Che messaggio vuole trasmettere ai suoi lettori?

Un messaggio imperniato sulla conoscenza delle trasformazioni sociali subìte dalle popolazioni del Veneto in un arco di tempo breve, affinché possano riflettere sulla velocità con cui avvengono i mutamenti culturali e le nostalgie o le malinconie, i conflitti o le divergenze generazionali che i mutamenti portano con sé, ripercuotendosi sui rapporti umani e gli orizzonti futuri.

Che sensazione le dà essere nella longlist del Comisso?

Mi son rifiutato di partecipare ai premi letterari fino a un paio d’anni fa. Poi ci ho ripensato, dando ascolto a un critico e scegliendo “competizioni” serie, molto qualificate. Tra le quali il Comisso, promosso per celebrare uno dei massimi cantori del Veneto. Dirò che, partecipando a questi premi importanti, ho ottenuto parecchi riconoscimenti inaspettati, compreso un “Premio alla carriera”, ricevuto a Santa Maria di Leuca.

Perché scrive?

Scrivo da quando mi hanno insegnato a tenere la penna in mano; non so se per passione o per vocazione. Nell’adolescenza ho vinto addirittura un premio nazionale, indetto dall’ACR, per il racconto, successivamente, conseguita la laurea in sociologia della comunicazione, tutto il giorno non facevo che scrivere per il presidente vicentino di un istituto di credito, di cui ero segretario personale, nonché addetto alle relazioni esterne e anche giornalista pubblicista. Inoltre, mi cimentavo nella composizione di saggi, romanzi, racconti, senza trascurare le gare di salto a ostacoli. Mi allenavo nei campi, saltando i fossi, alla stregua del protagonista del racconto “Ostinazione”, contenuto nel mio libro.

Che consiglio darebbe a chi volesse mettere nero su bianco la storia che desidera raccontare?

Gli consiglierei di scriverla di getto, come d’istinto, e di rileggerla un’infinità di volte, continuando a modificarla nei punti deboli o poco convincenti, infine di sottoporla a un critico letterario paziente ma severo, che magari non esiti a dire ch’è da riscrivere da capo. E se è da riscrivere, la si riscrive.

Il libro e il film del cuore, e perché.

Se devo scegliere un solo libro, fra i tanti che mi hanno colpito indelebilmente, dico Vergogna di Joseph Michael Coetzee, per la potenza e l’efficacia con cui descrive il paesaggio e l’ambiente umano del mondo sudafricano post-apartheid. Se ne dovessi scegliere un altro, dico Tenera è la notte di Francis Scott Fitzgerald, perché è il primo libro per adulti che ho letto quand’ero un ragazzino: l’ho scovato in una roggia asciutta vicino a casa mia, gettato forse dalla moglie del bidello della scuola elementare, lettrice accanita di romanzi importanti. L’ho divorato incuriosito dalla trama, che tuttora ricordo perfettamente. L’attimo fuggente è, invece, il film che ho rivisto non so quante volte, sia perché esalta la libertà dei propri sogni e la poesia quale sentimento dell’uomo, sia per la magistrale interpretazione di Robin Williams. Cogli la rosa quando è il momento, perché prima o poi appassirà, è una delle esortazioni che il protagonista, il professor John Keating, rivolge ai suoi allievi. L’ho fatta mia.

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2 risposte a "“Veneti in controluce”: intervista a Giuseppe Ausilio Bertoli"

  1. Dario Menara ha detto:

    Siamo la somma di generazioni che hanno bagnato i campi con il sudore, hanno sposato il mare e hanno saputo rigenerare ricette antiche di vette innevate e navi . Ma il nostro amore ha saputo imprimere ad opere letterarie la forza di futuro scaturito dalla storia. Grazie di questa bella intervista.

    "Mi piace"

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