giffoni 2016, Libri

“Il mio anno di riposo e oblio”

81uXMTkWEpL._AC_UL436_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Reva era sempre stata brava negli abbracci. Mi sentivo come una mantide religiosa tra le sue braccia. Il pile della sua vestaglia era soffice e profumava di ammorbidente Downy. Cercai di staccarmi ma lei mi strinse più forte. Quando finalmente mi lasciò, stava piangendo e sorridendo. Tirò su col naso e scoppiò a ridere. “È bellissima, grazie. Sei stata molto gentile. Scusa,” disse asciugandosi il naso sulla manica. Si mise la collana e aprì la vestaglia e si guardò allo specchio. Il suo sorriso si fece un po’ falso. “Sai, non penso che si possa usare ‘condoglianze’ così. Forse si dice fare condoglianze a qualcuno ma non con qualcosa.” “No, Reva. È la collana che ti fa le condoglianze, non io.” “Ma non penso sia la parola giusta. Però puoi consolare qualcuno.” “No, non si può,” dissi. “E comunque, hai capito cosa intendo.” “È bellissima,” ripeté, con un tono più piatto stavolta, toccando la collana. Indicò il cumulo di roba nera che aveva portato. “Ho trovato solo questo, spero vada bene.” Prese dall’armadio il suo vestito e andò in bagno a cambiarsi. Infilai i collant, guardai le scarpe, ne trovai un paio che andava. Dal groviglio di maglie e camicie presi un dolcevita nero. Lo infilai e poi misi il tailleur. “Hai una spazzola da prestarmi?” Reva aprì la porta del bagno e mi passò una vecchia spazzola con un lungo manico di legno. Dietro c’era un punto tutto graffiato. Quando lo misi sotto la luce, vidi che erano segni di denti. L’annusai ma non riuscii a sentire odore di vomito, solo la crema per mani al cocco di Reva. “Non ti ho mai visto in tailleur prima,” disse Reva con un tono rigido quando uscì dal bagno. Aveva un vestito aderente con un taglio in alto al centro. “Sei molto elegante, hai tagliato i capelli?”

Il mio anno di riposo e oblio, Ottessa Moshfegh, Feltrinelli, traduzione di Gioia Guerzoni. Si può sfuggire al dolore? Oppure è inevitabile soffrire? È graziosa. Giovane. Magra. Ricca. Vive a Manhattan, e non ha dovuto faticare per avere l’appartamento in cui risiede dato che gode dei benefici di una cospicua eredità. È laureata alla Columbia. Si trova, agli albori del nuovo millennio, tempo di transizione e possibilità, in una delle città più belle, affascinanti e gravide di opportunità del mondo. Eppure, nonostante tutto, non è felice, crede e si convince di non esserlo, di non poterlo essere, di essere sbagliata. Si reca da una psichiatra. Con ogni probabilità una delle più indegne che si ricordino, quale che sia la latitudine. E decide, pertanto, di abbandonare il suo lavoro in una galleria d’arte e di imbottirsi di narcotici per riposare il più possibile, di fatto ibernandosi. Ma può essere sufficiente tutto questo per far tacere la voce stentorea del lato oscuro che esiste, è stolto illudersi che non ci sia, nell’anima di ognuno? Interessante esegesi della frustrazione e della felicità, nonché di tutto ciò che essa rappresenta, condotta da una delle voci più giovani, intense e originali della letteratura internazionale contemporanea. Da non perdere.

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