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“Canta, spirito, canta”

91u8w2OrriL._AC_UL320_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Ogni volta che dici qualcosa, lo guardi come se fossi un cagnolino. Come se aspettassi una carezza.

Canta, spirito, canta, Jesmyn Ward, NN, traduzione di Monica Pareschi. Secondo volume (che sin dalle prime battute appare – il che per un episodio intermedio, che non può trarre vantaggio né dalla sorpresa iniziale né dalla compiutezza d’una conclusione, all’interno di un’ideale narrazione seriale, che sia antologica e dunque volendo anche parcellizzabile e autoconclusiva o strettamente cementata, è pressoché un miracolo – ancor più potente del primo, il magnifico Salvare le ossa, di cui scrivemmo così: Bois Sauvage, Mississippi, è letteralmente nell’occhio del ciclone. La tempesta sta arrivando. È questione di minuti, ore, giorni. Un uragano potrebbe abbattersi sulla località, e devastare ogni cosa. Ci sono baracche. Boschi. Rottami. E la Fossa. Un avvallamento. In cui vive una famiglia. Non c’è madre. Skeetah deve assistere il suo pitbull da combattimento dopo il parto, Randall, quando non gioca a basket, si prende cura del piccolo Junior, il padre cerca di barcamenarsi come può per far fronte all’emergenza incombente, Esch, la protagonista, unica figura femminile in un mondo pressoché tutto al maschile e mascolinizzato, in questi dodici epici giorni in cui la vita e il mito si intrecciano, i legami si cementano, l’amore è l’unico faro nella notte, disperato anelito di pace contro tutto e tutti, narra la sua vicenda, legge la storia degli Argonauti, è innamorata di Manny e scopre di aspettare un bambino. Scritto in stato di grazia, è una monumentale cornucopia di delizie. Appagante.) della trilogia di Bois Sauvage, in un Mississippi aspro, selvaggio, impastato di sangue, memoria e dolore, intessuto d’amore, retaggi, tradimenti e fiducia, in cui la formazione dell’individuo viene edificata dalle sconfitte e dalle prese di coscienza più che dalle soddisfazioni, che si palesano assai di rado all’orizzonte, cantato con lingua tragica ed epica, il nuovo romanzo di Jesmyn Ward, che sa affrescare anche l’invisibile, racconta la storia di Jojo, che ha tredici anni e sta diventando un uomo, ma non ha molti punti di riferimento, a parte il nonno materno, Pop, padre di Leonie, amorevole e dalla pelle nera. Jojo è figlio anche di Michael, un bianco galeotto della Bible belt la cui famiglia non ha la benché minima intenzione di avere a che fare col ragazzo, ed è custode della memoria dello zio Given, morto adolescente, che di notte appare anche a Leonie, la quale, quando Michael sta per tornare a vedere il sole senza scacchi, lascia Bois Sauvage per raggiungerlo. Forse per Jojo è questa l’occasione di diventare davvero adulto? Monumentale.

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