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“33 giri – Gli anni Ottanta”

33giri80_Copertinadi Gabriele Ottaviani

Il Guccini che si rintraccia tra le novità discografiche del 1983, è in palese continuità con il precedente Metropolis. Filo rosso delle sei tracce, ancora il Viaggio – fisico e metafisico – declinato nei focus ribaltati della staticità piuttosto che del movimento; dell’incapacità di conoscere piuttosto che della crescita esperienziale. L’apertura dell’album è sontuosa: Autogrill è una chimera, un sogno a occhi aperti, un’avventura idealizzata e irrisolta. Il racconto di un amore assoluto e soltanto sfiorato, sullo sfondo anonimo e transitorio di una stazione di servizio: “La ragazza dietro al banco mescolava/ birra chiara e Sevenup/ E il sorriso da fossette e denti/ era da pubblicità/ come i visi alle pareti di quel piccolo autogrill/ mentre i sogni miei segreti/ li rombavano via i TIR/ Bella d’una sua bellezza acerba/ bionda senza averne l’aria/ quasi triste, come i fiori e l’erba/ di scarpata ferroviaria/ Il silenzio era scalfito solo dalle mie chimere/ che tracciavo con un dito/ dentro ai cerchi del bicchiere/ Basso il sole all’orizzonte/ colorava la vetrina/ e stampava lampi e impronte/ sulla pompa da benzina/ lei specchiò alla soda-fountain/ quel suo viso da bambina/ Ed io, sentivo un’infelicità/ vicina”. Poi è la volta di Argentina – approdo ideale e non-luogo al tempo stesso – gettata in scaletta per scompaginare le carte di ogni certezza, ricondurci faccia a faccia con lo scacco matto: l’impossibilità di penetrare l’essenza autentica dei luoghi viaggiati, persino nelle differenze, simili a quelli dai quali si è partiti (“la capovolta ambiguità di Orione”). A ben guardare, impronte effimere di un medesimo e continuo girare a vuoto. Ed effimere risultano anche le avventure che Lemuele Gulliver (Gulliver) racconta ai nipoti: del suo inesausto navigare sopravvive infatti soltanto la parvenza, la mera evocazione racchiusa nella forma di parole incomprensibili fino in fondo. “Da tempo e mare non si impara niente” sentenzia Guccini-Gulliver, ma per beffardo contrappasso resta inalienabile il desiderio umano di conoscenza, la brama che spinge verso nuove domande, a osare oltre il conosciuto e il conoscibile. È in questa accezione prometeica che va assunta Shomèr Ma Mi-llailah, ballata dal ritmo circolare, in cui il cantautore mutua dal Libro di Isaia la storia della “sentinella del sempre” posta al confine tra umano e sovrumano a cui i viaggiatori (come in un sortilegio reiterato, senza fine, senza senso né perché) rivolgono sempre la stessa domanda: sentinella quanto resta della notte? Diversi appaiono, ma soltanto a prima vista, contesti e situazioni della successiva Inutile, dove lo sfondo di una Rimini invernale, diventa specchio degli stati d’animo di un uomo e una donna al capolinea del loro rapporto. Chiude la finto-paradisiaca Gli amici, altro viaggio impossibile – ultraterreno nella circostanza – che con ironia alleggerisce il clima di un disco solidissimo, fascinoso, straniante, scritto e arrangiato benissimo. Un disco in cui al consueto taglio folk, si accompagnano senza frizioni sonorità jazz-blues e – qua e là – persino rock. Un album, insomma, che non fa una piega: tra i più profondi, riusciti, accattivanti del corpus gucciniano.

33 giri – Gli anni Ottanta – Guida ai cantautori italiani, Mario Bonanno, Paginauno. Mario Bonanno, finissimo esegeta ed esperto musicale, prendendo le mosse da dove era rimasto, ossia dal decennio della contestazione per antonomasia, gli anni Settanta, conduce come sempre con placida souplesse, mano sicura, chiarezza esasutiva e competenza magistrale il lettore nell’epoca, contestualizzata con attenzione e cura, poiché le connessioni fra storia e arte sono evidenti e significative, che per qualcuno di primo acchito potrebbe essere pressoché esclusivamente quella dei paninari e della Milano da bere: saggista, giornalista, autore cui si debbono densi volumi su Stefano Rosso, Giorgio Gaber, Claudio Lolli, Roberto Vecchioni, Pierangelo Bertoli e molti altri, continua ad attraversare la canzone d’autore italiana e i suoi brani-simbolo, la cosiddetta musica leggera che si mantiene in grande fermento e che viene riprodotta negli apparecchi diffusi un po’ ovunque attraverso un particolare formato, ormai retaggio di una lontana memoria, di disco in vinile, il cosiddetto LP, long playing, detto anche 33 giri proprio per la sua velocità di rotazione, trentatré giri (e un terzo) al minuto. Da non perdere.

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