Libri

“Labambina”

La bambina - copertinadi Gabriele Ottaviani

Mentre Bruno Keller fissa a bocca aperta il bestiame del vicino, come se lì ci fosse chissà cosa da scoprire, Labambina siede al tavolo di cucina dello chalet Idaho, davanti a lei una tazza di latte e un pezzo di pane che Frieda Kenel ha spalmato di marmellata ai quattro frutti. Labambina mastica, lentamente, senza voglia. È una prigioniera, non una tigretigre con occhiocchi fissi su di lei, che possono impacchettare Labambina in uno spesso strato ghiaccio se non sta attenta. Che infilzino Labambina con aghi di ghiaccio, la possono mettere in croce con chiodi di ghiaccio come il sofferente d’argento, che ad ogni stropiccio di giornale di Kari Kenel viene di nuovo inchiodato alla croce, il sempresofferente. Labambina sta all’erta nel silenzio che grava nel locale. Non si vuole rassegnare al fatto che un giorno nuovo ha in serbo nuova sofferenza per colui che lo incontra con ostinazione, vuole vincere la battaglia contro il ghiaccio. Labambina prende la borsa della spesa. Con il biglietto per i Keller. Il gatto Fritz soffia con rabbia. Labambina gli tira un calcio. Veloce. Inclemente. Fredda. Con il ghiaccio degli occhi della madre affidataria nel piede. Lascia la cucina. La casa. Il giardino. Lascia Dietro Di Sé Nascondiglio Sotto Abeteblu Deve Lasciare Protezione. La Strada. Il Negozio Dei Keller Ora. Dai Keller Labambina cerca di infilarsi muta passando accanto a Bruno Keller dentro il negozio. Accanto alla pancia di Keller, accanto alla curvatura dei pantaloni sotto la cintura di pelle, sotto la pancia. Non va, la bambina spinge invano, deve fermarsi davanti all’uomo con la pancia e la curvatura; incastrata tra la pancia e il telaio della porta, Labambina. Non si può più muovere, Labambina. Non ha aria nei polmoni, Labambina. Vieneinchiodata sulla soglia dalle mani di Keller, Labambina. C’è un grido dentro Labambina. Ha una collera, Labambina. Grida. Grida e batte con i pugni sulla pancia dell’uomo. Si grida via la paura, un anello di ferro intorno al sesso, intorno al cuore. Ha un’idea folle nella testa Labambina. E la volontà di non colare a picco. Un odio violento e caldo,esapere di uno scrigno in fondo al corpo che conserva la memoria.

Labambina, Mariella Mehr, Fandango. Nella civilissima Svizzera per lungo tempo, come alcuni romanzi e film, in realtà pochi e rari, perché questa storia è stata seppellita sotto una terribile coltre di omertà, hanno già raccontato si sono perpetrate, nella quieta e tacitamente assertiva indifferenza generale, perché certo la situazione non era ignota, anzi, vere e proprie torture e persecuzioni nei confronti dell’etnia nomade – la terza più importante in Europa dopo rom e sinti – Jenisch, il popolo cui appartiene per parte di madre l’autrice e che è stato vittima, come del resto in prima persona durante l’infanzia e l’adolescenza proprio la Mehr, classe millenovecentoquarantasette, dell’iniziativa di sedentarizzazione forzata – di fatto eugenetica, ben poco dissimile da quella dei nazisti, senza se e senza ma: si pensava che il germe del nomadismo, ritenuto malsano, fosse in qualche modo insito nell’anima e nei corpi delle persone, sottoposte dunque a coercizioni abominevoli – del governo della confederazione elvetica. Mariella Mehr, completando la cosiddetta Trilogia della Violenza, riversa in queste pagine con stile torrenziale e formidabile e prosa straziante e immaginifica anche dal punto di vista linguistico la sua vicenda autobiografica, quella di una fanciulla, Labambina, per l’appunto, scritto tutto attaccato, d’un fiato, a delegittimarla, a renderla anonima, senza dignità, a farla oggetto, strumento, cosa, adottata in un villaggio anch’esso senza nome, che vive e cresce, così come in lei si fortifica il desiderio di rivalsa. Infatti, come scrive Piesoli, la piccola viene rinchiusa al buio e picchiata per la sua paura, subisce le “viscide attenzioni” del padre affidatario, la violenza carnale di un medico, elettroshock e terapie chimiche, mentre viene indicata come un caso disperato ed emblematico di una razza geneticamente tarata… Da non perdere.

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