Teatro

“Divina Commedia Opera Musical”

catone copiadi Giulia Cantarini

Arriva a Roma al Teatro Brancaccio fino al 7 aprile, dopo il successo del tour delle precedenti stagioni, La Divina Commedia Opera Musical di Andrea Ortis, che rielabora il poema dantesco per il palcoscenico con l’aiuto di videoproiezioni animate, effetti speciali, scenografie immersive e coreografie acrobatiche.

Il risultato è uno spettacolo di indubbio impatto visivo, impreziosito dalle ottime interpretazioni e splendide voci di tutti gli interpreti, dalla voce narrante di Giancarlo Giannini ad Antonello Angiolillo (Dante) allo stesso regista e autore Andrea Ortis (Virgilio) a Manuela Zanier (Francesca e Matelda), Angelo Minoli (Ulisse e Guido Guinizzelli), Francesco Iaia (Caronte, Ugolino, Cesare e San Bernardo), Mariacarmen Lafigliola (Pia dei Tolomei e La Donna), Brian Boccuni (Catone, L’Uomo [primo atto] e San Tommaso), Daniele Venturini (Pier delle Vigne, Arnaut Daniel e L’Uomo [secondo atto]), e Noemi Bordi (Maria).

Naturalmente, la sfida principale nell’adattare per la scena (in due ore e quindici minuti) l’opera fondante della letteratura italiana è il rapporto con il testo. Quali episodi mantenere? Quali possono essere sacrificati?  Quanto mantenere delle terzine originali? Quanto è accettabile la parafrasi? E qui cominciano, come direbbe il Sommo Poeta, le dolenti note. Premesso che lo splendido poema di Dante presenta ben maggiori difficoltà di adattamento della Bibbia (e anche lì, è stato necessario il genio di Andrew Lloyd Webber per plasmare il capolavoro che è Jesus Christ Superstar), cerchiamo di valutare cosa possiamo aspettarci da questo spettacolo, e di capire fino a che punto la musica e la messa in scena compensino il riadattamento del testo.

Cominciamo dall’Inferno: gli aficionados possono contare sugli immancabili Caronte, Francesca, Ulisse e Ugolino, gioiranno per Pier delle Vigne ma qualcuno, come la sottoscritta, sentirà la mancanza degli Ignavi, delle anime del Limbo, di Farinata degli Uberti e Brunetto Latini. È vero che la figura paterna di Dante è già incarnata pienamente da Virgilio, ma lo splendido incoraggiamento di quest’ultimo al timoroso Dante nel secondo canto va perduto in uno sbrigativo “e allora torna indietro, se vuoi; sei tu che lo scegli” (cito a memoria, sto parafrasando la parafrasi). La ragione per questa selezione dei personaggi è esplicitata nel sestetto che chiude il primo atto, in cui il pellegrino e i peccatori inneggiano alle forme di amore che li hanno condannati o che li salveranno, prima che Dante esca “a riveder le stelle”.

Nel Purgatorio, non sorprendetevi troppo di trovare un ventisettenne muscoloso e succinto assiso in trono accogliere Dante e Virgilio dopo l’iniziale obiezione, e abbandonarsi ai dolci ricordi di Marzia e ai tristi ricordi di Cesare, al posto del vecchio solitario dalla grigia barba a doppia lista che normalmente associamo all’integerrimo Catone. Segue Pia de’ Tolomei, titolare di una splendida aria, mentre brilla per l’assenza il poeta Stazio. Compaiono, in compenso, Guido Guinizzelli e Arnaut d’Aniel, che sviluppano ulteriormente il tema dell’amore per la donna preparando il terreno per l’imminente arrivo di Matelda e Beatrice. Al momento di prepararsi all’ingresso del Paradiso, gli autori Gianmario Pagano e Andrea Ortis inseriscono un inedito momento dedicato a Virgilio, rimasto solo senza Dante, che si prepara a tornare dolorosamente nel Limbo dopo aver proclamato il suo discepolo “signore di sé stesso”.

Nel paradiso terrestre, il fatidico incontro di Dante con Beatrice, al termine della suggestiva processione di anime, si risolve in un parziale anticlimax, specialmente se anche voi credete che il far apparire Beatrice a Dante dopo sessantaquattro canti soltanto per dargli una strigliata di novanta versi sia stata una delle idee più geniali dell’originale dantesco. In compenso, nel Paradiso la scenografia si apre decisamente al pubblico, e valorizza il movimento dei cantanti, acrobati e ballerini più che la videoproiezione. Il finale dello spettacolo è forse quello in cui la musica orchestrale di Marco Frisina è più efficace nel celebrare il trionfo dell’uomo/poeta nel suo percorso dall’errore a Dio e alla libertà attraverso l’amore. Qui lo spettacolo soffre meno che in altre parti del confronto con lo splendido testo originale, delle discutibili parafrasi e della selezione alternata di versi da citare, per valorizzare invece gli aspetti scenici (Lara Carissimi), coreografici (Massimiliano Volpini) e fotografici (Valerio Tiberi).

Nel complesso, si tratta di uno spettacolo coinvolgente, che si sforza, nelle parole del regista, di “creare una fantasia e portare l’azione registica, le visioni e le idee in forma di musical, in maniera armonica, leggendo in chiave moderna il capolavoro di Dante, grande scrittore, poeta, genio e soprattutto uomo”.

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