Libri

“Maternità”

9892-3.jpgdi Gabriele Ottaviani

Ieri sera dai biscotti della fortuna mi sono arrivati due messaggi a tema anima del tempo.

Maternità, Sheila Heti, Sellerio, traduzione di Martina Testa. Sfugge a ogni definizione il volume, magnifico sin dalla copertina, di Sheila Heti, così come del resto sfugge a ogni definizione l’amore. Sappiamo solo che è tutto, questo è tutto ciò che ne sappiamo. È sempre uguale, eppure sempre diverso, è ciò che ci definisce e dà senso, quanto di più importante e straordinario possiamo conoscere, eppure non manca sovente di far soffrire pene indicibili. E senza dubbio l’amore nella maggior parte dei casi si manifesta anche attraverso la generazione, il dono della vita, il mettere al mondo un figlio, il crescerlo, l’accudirlo, insegnare a qualcun altro che non siamo noi e che non ci appartiene ciò che crediamo di sapere del mondo, ciò che pensiamo sia giusto, lasciare un’eredità, contribuire a plasmare un uomo e/o una donna, in generale un cittadino, migliore di quanto non siamo riusciti a essere noi medesimi in persona: Sheila, la narratrice, è prossima ai quarant’anni, e naturalmente la possibilità di procreare ha le sue scadenze (nulla è eterno a questo mondo, nemmeno la produzione delle cellule uovo), ha un compagno con cui sta bene ma con cui non ritiene che dovrebbe avere un figlio. In generale, però, lei pensa che dovrebbe mettere al mondo una creatura. Dovrebbe dunque lasciare Miles? Non se ne parla proprio, con lui è felice. Attorno a lei la gran parte delle amiche e in generale delle donne della sua generazione hanno avuto un figlio o hanno preso seriamente in considerazione l’ipotesi di averlo, c’è chi lo fa per sentirsi meglio, c’è chi lo fa perché senza non si sente completa, c’è chi non la fa perché giustamente si sente completa anche senza, c’è chi lo fa perché lo fanno tutti, c’è chi non lo fa perché lo fanno tutti, c’è chi ricorre a terapie mediche o alla gravidanza surrogata, c’è chi lo fa perché pensa che così salverà il suo matrimonio, e il più delle volte sbaglia clamorosamente, c’è chi vorrebbe ma non riesce a concepirlo, c’è chi ne ha avuti anche troppi, c’è chi non li vuole e giustamente non li fa, c’è chi dice di non volerli ma in realtà li desidera (perché il tema fondamentale di questo saggio/autobiografia/pamphlet/riflessione filosofica/esegesi ironica è proprio questo, il desiderio, e ciò che facciamo per appagarlo, le torture cui ci sottoponiamo per trovare l’illusione della pace), c’è chi non avrebbe mai dovuto riprodursi perché è un immaturo irrisolto e invece ostenta come gioielli, ma non con lo stesso spirito della solenne Cornelia madre dei Gracchi, delle creature fatte per farne bella mostra sui social, che con ogni probabilità saranno adulti davvero pericolosi, perché venuti su in balia di tutti i venti e senza veri valori, c’è chi non li ha e dunque subisce la pressione della società, che si arroga l’osceno e assurdo diritto di guardare come se fosse un’empia criminale da disprezzare o un essere a metà una donna che non è presa dal sacro fuoco della procreazione, che non pensa ogni singolo istante a come procurarsi un bel pancione, c’è chi si ribella a quello che sembra un imperativo culturale prima ancora che naturale, c’è chi fa incubi su incubi dettati dall’ansia, chi consulta amici, parenti, amanti, compagni, colleghi, psicologi, psichiatri, finanche l’iChing, c’è chi non sa che decisione prendere e quindi non ne prende nessuna, c’è chi non sa che decisione prendere e quindi prende quella sbagliata, c’è chi si illude che ci sia tempo, quando invece il tempo non c’è, c’è chi affronta l’argomento con troppa ansia e chi con troppa irresponsabilità, c’è chi, in generale, vuole tutto e il suo contrario, e pertanto non è felice mai: tutto questo e molto, molto altro è la maternità, la genitorialità (ma si sa che se deve puntare il dito contro qualcuno la nostra società preferisce di norma come bersaglio una donna anziché un uomo), il tema è delicatissimo, ampio, fatto di miliardi di sfumature, di riferimenti, di chiavi d’interpretazione e di livelli di lettura, di conseguenze e interazioni a livello sociale, economico, etico, morale, politico (le strumentalizzazioni, spesso figlie dell’ipocrisia di chi ha comportamenti del tutto contrari a quanto pubblicamente proclama come unica verità, sul tema della famiglia sono all’ordine del giorno), riguarda la più intima sensibilità di ognuno, e quindi va trattato con amorevole cura e sovrano rispetto. E questa è una caratteristica peculiare della prosa di Sheila Heti, che però si mantiene lontana mille miglia dall’agiografia del sentimento e del politicamente corretto a tutti i costi, che svilisce il senso vero delle cose e fa più danni, spesso, d’un limpido insulto: l’autrice dipinge con tinte coloratissime, stile scintillante e precisione impeccabile un riuscito affresco del nostro tempo, delle sue paure, dei suoi aneliti, della sua precarietà, del suo sistema, spesso fallato, di priorità, delle sue ossessioni. Da non perdere.

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