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“La sconcertante epoca del copia & incolla”

Gentilini.PNGdi Gabriele Ottaviani

Accadeva, quindi, che il merito non contasse nulla rispetto al nepotismo. Che la “fedeltà” fosse la qualità più premiata. E se l’onestà di qualcuno metteva in risalto la scorrettezza degli altri, questi andava in qualche modo emarginato, se non del tutto eliminato. Poiché l’abitudine di aggirare gli ostacoli ricorrendo a espedienti e sotterfugi era pratica consolidata. Accadeva nell’amministrazione pubblica, nella grande impresa privata, nei partiti politici, nel contesto accademico, ma anche in ambiti meno vistosi: come nella semplice gestione di un condominio. Un altro esempio meno drammatico ma non meno deturpante, che con la mafia aveva molto in comune, era la corruzione. Corruzione ad ogni livello, talmente generalizzata e capillare che si faceva fatica a credere che qualcuno ne fosse incontaminato. Soprattutto se in discrete condizioni economiche, e in particolare se avesse avuto relazioni con la Pubblica Amministrazione. Per contrastare questo fenomeno, in Italia, venne istituita l’ANAC (Autorità Nazionale Anticorruzione), un’autorità amministrativa indipendente che aveva come compito la prevenzione della corruzione nell’ambito delle amministrazioni pubbliche, mediante l’attività di vigilanza sui contratti pubblici. E a capo dell’ANAC fu messo il dottor Raffaele Cantone…

La sconcertante epoca del copia & incolla – In un tempo futuro, il migliore possibile, una lezione di storia che racconta la vita tra la fine del secondo millennio e l’inizio del terzo, Roberto Gentilini, Pendragon. Siamo nel futuro. A scuola. Alle superiori, a voler essere precisi. Il professore parla di storia. Di un’epoca strana, che i ragazzi non conoscono e di cui stanno apprendendo ora i principali rudimenti. Quella fra la fine del secondo millennio e i primi decenni del terzo. Insomma, gli anni a cavallo del famigerato duemila, che per un po’ di tempo ha fatto addirittura pensare che l’informatica potesse impazzire perché non programmata per considerare l’arrivo di un nuovo secolo. Un periodo particolare, ricco di innovazioni, meno buio di quel che si potrebbe pensare, caratterizzato da peculiarità interessanti, significative e degne di nota: soprattutto per quel che concerne le modalità di comunicazione. Si sa infatti che l’uomo nasce animale sociale, e ha innato in sé il desiderio di condividere quel che ha dentro: il problema è quando il privato e il pubblico si mescolano, subiscono reciproche e incontrollate influenze, si legge senza capire e si scrive senza pensare, si estrapolano frasi da un contesto e le si appiccica in un altro ambito, si crede a calunnie, dalle quali per antonomasia difendersi è impossibile, perché ci sarà sempre qualcuno disposto a prestarvi fede e a diffonderle come i semi di una mala pianta nei solchi arati e ben dissodati di un terreno che dovrebbe ospitare la verità, che appare proteiforme, fuggevole, precaria, opinabile, anche se dovrebbe essere viceversa, naturalmente, l’esatto opposto… Il professore decide di essere ancora più chiaro ed esplicito, e racconta di una storia vera, accaduta nel duemilaquattordici, quando per colpa di paradossi, pregiudizi, superficialità, arbitrarietà e ingiustizie un uomo, un ingegnere, viene svegliato una mattina dagli uomini della guardia di finanza e inizia un calvario giudiziario che coinvolge la sua azienda, la sua famiglia, i suoi dipendenti e che, nel duemiladiciannove, è ancora in corso: l’ingegnere in questione è ovviamente Roberto Gentilini, le cui emozioni, opinioni e vedute sono affidate alle porzioni più propriamente diaristiche di quest’opera che si muove con abilità e agilità su un duplice binario, quello dell’espediente narrativo fittizio e quello dell’autentica cronaca umana e giudiziaria. Da leggere.

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