Libri

“Slow journalism”

Slow Journalism - Copertinadi Gabriele Ottaviani

C’è bisogno di fare un salto, senza pensare di cambiare il giornalismo. Rimettere insieme pezzi e cercarne di nuovi. Da qui è nato quello che è ancora, e con orgoglio, un progetto. Quelli bravi la chiamano start up. È tutto nero su bianco e si trova in rete: ilsalto.net. Il ragionamento di fondo è semplice. Arriva sempre un momento in cui non resta altro da fare che saltare. Da qui, un gruppo di giornaliste e giornalisti ha deciso di dare vita e forma a una cooperativa editoriale per cercare “la” strada: modi nuovi per media nuovi. Cooperare, unire le forze e le competenze, puntare – perché no – all’egemonia culturale superando la cappa del minoritarismo e delle solitudini. Ma, soprattutto, non partire da zero. Quante volte avete sentito “partiamo da zero?”. È una brutta tendenza quella di ricominciare da capo, dopo un delusione, una sconfitta, una mancata aspettativa. Il risultato: un susseguirsi di altrettante cattive abitudini. Guardare e guardarsi alle spalle con sospetto, con paura…

Slow Journalism – Chi ha ucciso il giornalismo?, Daniele Nalbone, Alberto Puliafito, Fandango. Il giornalismo, si sa, è in crisi, per tanti motivi, in primo luogo perché è l’ennesimo ambito nel quale in Italia vige sovente la regola che purtroppo meno si è professionali e più si va avanti, ma anche, tra l’altro, perché ormai si è tutti ossessionati dalla fretta, neanche fossimo epigoni del Bianconiglio di carrolliana memoria: si inseguono i social network, che spesso in realtà più che informazione fanno disinformazione, poiché l’immediatezza della fruibilità crea un vantaggio troppo grande in termini meramente economici. Bisogna colpire, catturare l’attenzione, vendere, non ci si sofferma più, non si approfondisce più, e il risultato è un impoverimento generale. Ma il volume di Nalbone e Puliafito non è un’apologia del cupio dissolvi, né un elogio tout court della lentezza come categoria del pensiero: è invece un saggio curato, un affresco dettagliato, uno spazio di riflessione, uno sprone a compiere sempre bene il proprio lavoro, il che è un valore, etico, sociale, culturale, morale, politico, nell’accezione più elevata del termine.

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