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“Un piccolo buio”

81O6652+T+L._AC_UL436_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Leda inizia a fare il conto. Immagina la partita perfetta, le carte bisognose solo di essere impilate, senza alcuna mossa aggiuntiva. Leda gioca la partita immaginaria e conta le mosse una per una, arrivando a un totale di 84. Solo ora si rende conto di avere bisbigliato per tutto il tempo, la bocca semichiusa, le mani a stringere il lenzuolo ai due lati del suo corpo magro, la testa all’insù con i pochi capelli bianchi appiccicati alla fronte dal sudore. “Ottantaquattro” dice. “Con ottantaquattro mosse il punteggio sarebbe di 1216. Posso ancora migliorare.” L’infermiera impassibile prepara una iniezione di morfina. Fatica a trovare una via d’ingresso nelle vene prosciugate di Leda, che ha un sussulto quando sente l’ago penetrarla. Qualcuno bussa alla porta – l’infermiera non sa che fare; Leda non si accorge del campanello che ora risuona. L’infermiera va ad aprire. Carlo e Dario sono davanti alla porta, Carlo un poco spostato dietro il figlio, quasi a cercare protezione. Salendo le scale ha espresso i suoi dubbi e la paura di non essere riconosciuto da Leda. Il figlio lo ha rincuorato – Papà, Leda mi ha chiesto di vederti. Semplice. Quindi se non ti riconosce, dille chi sei e lei sarà felice di vederti. Tu sei felice? Carlo ha risposto con un cenno dimesso del capo, salendo a fatica le scale dietro al figlio, che nonostante gli anni di eroina ha mantenuto una quasi miracolosa forma fisica – sale i gradini due a due, con una velocità pazzesca, per fermarsi poi ogni volta che si ricorda che dietro di lui c’è… 

Un piccolo buio, Massimo Coppola, Bompiani. È bella e irrequieta la ragazza che distrae il giovane regista che filma, in piena era fascista, nel millenovecentotrentasei, l’inaugurazione di Palazzo Vittoria, a Milano, e che lo induce, come se fosse Arianna che si vendica dell’abbandono a Nasso, a seguirla nel labirinto di case ancora vergini, prive della luce delle vite degli altri, portandolo a imbattersi in una strana macchia di sangue. Una goccia di oscurità. Un piccolo buio, come quello che c’è nell’anima di ognuno, e che rischia, se non si fa attenzione, se non ci si lascia curare e amare, d’inghiottire e fagocitare ogni cosa: ma questa ambientata nell’anno dell’oro olimpico di Ondina Valla è solo la prima sequenza di un’opera epica e caleidoscopica, un gioco di specchi e di livelli e strati che ha il respiro del grande cinema e dell’ancor più elevata letteratura, ritratto individuale e collettivo di una generazione che ama, cresce, si evolve, muta, genera a sua volta, di un paese e dei suoi protagonisti, della sua storia, sia quella di ognuno, con l’iniziale minuscola, che di quella di tutti presi non più singolarmente ma come comunità, delle sue contraddizioni, illusioni, disillusioni, aberrazioni, di Michele, Leda, Carlo, Chiara, Luca, Marco, Vittoria… Magistrale.

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