Libri

“Libri in guerra”

41xEG7WqE+L._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Accanto al Comitato nazionale per l’assistenza religiosa nell’esercito, sempre nel 1915 la Chiesa cattolica istituiva la speciale carica di vescovo castrense, affidandola per la pri­ma volta al summenzionato Angelo Bartolomasi, già vescovo di Torino (1910-19) e poi di Trieste e Capodistria. In tale veste egli si adoperava subito redigendo istruzioni e consigli per gli ecclesiastici in servizio nelle zone di guerra, alle prese con un’umanità sconvolta e sofferente. Per la festività del Natale di quell’anno, Bartolomasi in­fatti scriveva una lettera aperta Ai molto reverendi cappella­ni e sacerdoti militari del regio esercito in cui, distinguendo cinque categorie di cappellani, li spronava tutti a rivolgersi ai soldati con affetto e comprensione, portando loro parole di speranza. I cappellani militari rappresentavano una sorta di àncora di salvezza, almeno in termini spirituali, venendo a trovarsi in mezzo a uomini in stato di estrema precarietà psicologica e fisica, a contatto – come Bartolomasi elencava – con le truppe non combattenti (in aspettativa o a riposo), con quelle combattenti, con i degenti negli ospedali da cam­po e in quelli di di riserva, inoltre sui treni attrezzati e sui treni ambulanze. La loro responsabilità era quindi altissima e, a seconda del luogo cui erano destinati, il vescovo castren­se suggeriva elasticità nei modelli comportamentali, consi­derando le diverse esigenze. Ai cappellani presso le truppe combattenti egli chiedeva soprattutto di incoraggiarle, ras­sicurarle, sostenerle pregando insieme a loro e invocando la pace. I cappellani che svolgevano la loro missione nei servizi sanitari, dovevano invece tener conto dei tempi lunghi e di­latati di cui i convalescenti disponevano, pertanto, oltre a recare conforto e a tenere compagnia, “date loro dei libri buoni, dei libri di pietà. Li accettano volentieri: saranno per loro un istruttivo, onesto ed ameno sollievo. Per l’opera vo­stra quelli, che oggi sono bravi soldati, saranno domani […] onesti cittadini, buoni cristiani.” E nel primo Natale di san­gue che l’Italia viveva, egli stimolava i cappellani militari con il seguente invito: “Seminate. Seminate. La Patria, la Chiesa, il Cielo ne raccoglieranno i frutti”.

Libri in guerra – Editoria e letture per i soldati nel primo Novecento, Loretta De Franceschi, Mimesis. Letture appositamente selezionate per soldati e marinai, le collezioni Treves, Bemporad e Ravà, le pubblicazioni a carattere religioso, le opere a sfondo memorialistico, quelle di propaganda, le bibliografie, i comitati, la figura di Adolfo Orvieto, fratello del poeta Angiolo, fondatore del Marzocco, cui è intitolato un fondo nientedimeno che al Gabinetto Viesseux (Critico drammatico, avvocato, bibliofilo. Nasce il 19 settembre 1871 e insieme al fratello Angiolo, più anziano di due anni, riceve un’educazione nel solco della tradizione ebraica. Dopo aver condotto gli studi ginnasiali a Firenze, si trasferisce a Roma per frequentare l’università, dove conseguirà la laurea in Legge nel 1893. In quegli anni segue da vicino la vita politica e cittadina e collabora con la rivista «Vita nuova» sotto lo pseudonimo ‘Jago’, in seguito ‘Gaio’: userà tale nome anche successivamente su «Il Marzocco» nel ruolo di critico drammatico, attività questa che svolgerà con precisione e vivacità nelle cronache teatrali e con capacità intuitiva nel cogliere i gusti del pubblico. Dopo essersi iscritto all’Albo degli avvocati nel 1896, si dedica con profitto all’esercizio della professione, che in effetti non abbandonerà mai del tutto. Assume a partire dal 1901 la direzione de «Il Marzocco», fondato nel 1896 e fulcro della vita culturale cittadina, assentandosi alcuni periodi (1917-18) in cui svolge a Roma l’incarico ministeriale della distribuzione dei libri ai soldati. Sotto la sua guida il periodico, nata dall’unione del mecenatismo della famiglia Orvieto alle esperienze precedenti della «Nazione letteraria» e della «Vita nuova», abbandona progressivamente l’idealismo estetico dei primi anni in favore di un carattere eclettico, con un’attenzione particolare alla tradizione storica e artistica di Firenze. Insieme all’attività giornalistica, conviveva anche quella di scrittore in prosa dal tratto ironico e caricaturale: firma infatti sotto lo pseudonimo ‘Kodak’ i ritratti (Istantanee) di personaggi più o meno noti, amici e collaboratori della rivista, sulle cui pagine compariranno nel corso degli anni: queste verranno poi riunite in un volumetto edito dai Fratelli Treves (1905). Ammalato, si spegne, a Firenze il 17 novembre 1951.): di questo e molto altro parla l’ottima pubblicazione di Loretta De Franceschi, ricercatrice universitaria, professore aggregato, abilitata al ruolo di associato, dottoressa in lettere, dottore di ricerca in scienze bibliografiche, archivistiche, documentarie e per la conservazione e il restauro dei beni librari e archivistici, docente di storia della stampa e dell’editoria e introduzione alla biblioteconomia e alla ricerca bibliografica e molto altro, che con limpida attitudine alla divulgazione diverte, istruisce e ritrae la storia, maestra troppo spesso inascoltata.

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