Libri

“Romanzo in bianco e nero”

41NC56vD++L._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

La donna che l’ha fatta entrare dopo un’ora di spasmodica attesa seduta su una panca di una squallida saletta le sembra una guardiana dei matti piuttosto che una infermiera. Ha modi bruschi, è brutta da vedere. Chiama il suo nome con un accento pecoreccio, le apre una porta chiusa e la invita ad accomodarsi. Ecco la sedia ostetrica, quell’aggeggio infame, metà lettino e metà sedia, appunto. La donna le impone di togliere le mutande, alzare la gonna e sedersi. Le gambe devono essere poggiate ai lati, su una struttura di metallo che le piega e le divarica. È la prima volta che espone il suo corpo in questo modo a estranei anche se si tratta di una infermiera e di un medico. Sospira e stringe i denti: ci è andata con le gambe sue fin lì, non ha voluto che la madre l’accompagnasse in quel posto clandestino e ora si sente come un agnello sacrificale o una “cosa” qualsiasi. Finalmente il dottore si presenta: camice bianco e guanti di lattice, né giovane né vecchio. La guarda, accenna un sorriso stirato: “Signorina, prima di operare devo visitarla, si rilassi.” Rachele continua a stringere i denti mentre il medico si china verso la sua vagina e le dice: “Ora stia ferma mentre le applico lo speculum,” le infila dentro un aggeggio freddo e metallico e inizia a frugare, a toccare. Non sa se potrà resistere ancora per molto. Continua a stringere i denti. Finalmente lui alza la testa rosso in viso, mentre lei vorrebbe morire dalla vergogna. “Appena in tempo, è arrivata appena in tempo, ancora un poco e non potevo più operarla. Procediamo.” Il medico lascia la stanza, l’infermiera lo segue, Rachele è sola. Vorrebbe alzarsi ma non ce la fa…

Romanzo in bianco e nero, Delia Morea, Avagliano. Splendido sin dalla copertina e legato a filo doppio alla dimensione del grande schermo su cui hanno fatto bella e significativa, dal punto di vista storico, sociale, culturale e politico, mostra di sé le opere dei più importanti autori della storia della settima arte in Italia e non solo, concorre per lo Strega di quest’anno su segnalazione di Diego Guida, editore e intellettuale di chiara fama e noto impegno anche politico, oltre che come docente: Una scrittura fluida, a tratti cronachistica, dai contenuti profondi, ricordando le sceneggiature di una grande stagione del cinema italiano, Delia Morea racconta una storia di amore e amicizia, vita e morte, all’ombra della grande Storia d’Italia. La vicenda si svolge a Roma nel ventennio fascista scandito dalle leggi razziali e negli anni ‘70 del Novecento: delusioni, dolorose separazioni, assenze, scomparse. Il libro è anche un sentito omaggio al cinema italiano, ad alcuni dei suoi maestri. Delia Morea, che connota sovente le sue prose con una riuscita e limpida dimensione di ricerca storica, ambientando in un altrove che ha le caratteristiche somatiche e semantiche di un ampio arco temporale le sue vicende, specificamente descritte nel dettaglio ma al tempo universali perché comunemente riconoscibili sono le dinamiche che in esse vengono scandite e nelle quali il lettore può con facilità immedesimarsi, racconta a Roma, bella e distratta, con puntuale dovizia di particolari una vicenda solida e potente, gravida di vita, passioni e delusioni, fra due cugini, Carlo e Marcello, e una ragazza ebrea, Rachele, che anela la libertà. Da leggere.

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