Libri

“I nomi epiceni”

41tFwFujRZL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Dominique non chiedeva altro che di lasciarsi rassicurare.

I nomi epiceni, Amélie Nothomb, Voland, traduzione di Isabella Mattazzi. Probabilmente se vi fosse un dizionario illustrato che abbinasse a ogni sintagma una fotografia non vi sarebbe immagine migliore per definire la locuzione “autrice di culto” (con pieno merito, per inciso, perché la sua voce e il suo stile, finanche nell’abbigliamento, sono unici e inconfondibili e, per chi li apprezza, irresistibilmente suggestivi ed evocativi) di una qualsiasi di Amélie Nothomb, scrittrice incredibilmente prolifica, amatissima dal pubblico, pluripremiata, e sempre geniale e innovativa, mai uguale a sé medesima benché comunque riconoscibile e nonostante non manchi mai, in un certo qual senso, come del resto ogni artefice che si rispetti, di prendere le mosse dalla propria vicenda personale per sublimare l’autobiografia (nel suo caso ampia e varia: belga, figlia di un diplomatico, ha vissuto in Giappone, in Cina, in Bangladesh, ha sofferto di anoressia, ha lavorato come traduttrice ma anche come guardiana mobbizzata dei bagni di un’importante azienda…) nell’arte. Pesce, sentinella, coniuge: sono questi alcuni esempi di nomi epiceni, sostantivi cosiddetti ambigenere, che danno il titolo, come sempre legato da una connessione lirica e poetica, un po’ come sosteneva di fare Magritte per i nomi delle sue opere, al nuovo romanzo di Fabienne Claire – così all’anagrafe – Nothomb. Il francese consente che esistano nomi epiceni anche tra quelli propri: esempi sono Dominique e Claude, che possono valere sia per il maschile che per il femminile, cangianti come shantung nella loro manifestazione identitaria, unici e molteplici. Sono loro i protagonisti, che il dodici di settembre del millenovecentosettanta si incontrano e ancora non sanno che le loro vite, da quell’istante, cambieranno per sempre, in un formidabile climax di passione e ossessione. Come sempre da non perdere.

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