Libri

“Dolcissima abitudine”

41ITTiqdfEL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

La morte. Renata. Mamma. Lei. Mia.

Dolcissima abitudine, Alberto Schiavone, Guanda. Siamo condannati a essere sempre perfetti per avere l’illusione, effimera come e più di certi baluginii celesti notturni a cui nemmeno in realtà troppo speranzosi rivolgiamo preghiere e desideri, di essere amati, accettati, accolti, benvoluti, tollerati, rispettati: senza la considerazione di qualcun altro non siamo nulla, ci sentiamo quasi niente. Tutto intorno a noi marcisce, invecchia, passa, muore: come l’ultimo cliente della sessantaquattrenne, dolcissima, tenerissima, profondissima, tragicissima, brechtiana Rosa, che nel duemilasei, quando si unisce agli astanti del funerale, è ormai andata in pensione. Ha lavorato sin da adolescente, in casa, con la mamma, dalla quale ha ereditato la professione. Quella di prostituta. E nei decenni la Torino operaia e industriale che le è passata sotto gli occhi e tra le mani, dietro i vetri, le tende e le finestre e in mezzo alle lenzuola in cerca di un istante di Dio solo sa cosa, metafora della storia di un intero paese e di più generazioni, è tanto cambiata: lei ne ha avuto costanti prove e dimostrazioni. Ha avuto anche un figlio, che non la conosce ma che lei ha sempre tenuto d’occhio. Da lontano. Con garbo. Nel silenzio. Ma… Sublime è aggettivo iperbolico: per questo romanzo, però, forse, è riduttivo.

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