Libri

“Il test del marshmallow”

hirstdi Gabriele Ottaviani

Quando i partecipanti analizzavano i propri sentimenti dalla solita prospettiva ‘autoimmersiva’, raccontavano i dettagli materiali di quell’esperienza, proprio come se la stessero rivivendo in quel preciso momento (ad esempio, “mi ha detto di stargli lontano” o “ricordo di averla vista mentre mi tradiva”), riattivando così tutte le emozioni negative che avevano provato (“Ero incazzata. Mi sentivo tradita, arrabbiata”). Viceversa, quando analizzavano i propri sentimenti e le motivazioni a essi sottese da una prospettiva distaccata, come se fossero una mosca sul muro, cominciavano a rivalutare l’accaduto, anziché limitarsi a raccontarlo per l’ennesima volta e a riattivare così le proprie sofferenze. Iniziavano a vedere la situazione in maniera più ponderata e meno emotiva, riuscendo a ricostruire e spiegare il loro doloroso passato per poter finalmente arrivare a considerarlo un’esperienza conclusa. Quindi la stessa domanda – “perché mi sono sentito in questo modo?” – riapre la ferita quando si è ancora calati in una modalità ‘autoimmersiva’, ma lenisce il dolore e offre una narrazione più elastica dei fatti quando si è distaccati, come un osservatore esterno. Prima di porre ai loro pazienti, specie quelli molto concentrati su se stessi, la fatidica domanda “perché?”, i terapisti dovrebbero pensare al risultato di questa ricerca e prendere in considerazione l’idea di spingerli a riflettere sulle proprie esperienze da una certa distanza, in modo tale che il loro sistema ‘caldo’ non si attivi al massimo e quello ‘freddo’ possa aiutarli a ripensare a fondo a tutta la situazione.

Il test del marshmallow – Padroneggiare l’autocontrollo, Walter Mischel, Carbonio, traduzione – la prima di sempre in italiano – di Olimpia Ellero. Più lunga è l’attesa, più dolce l’incontro, dicevano le nostre nonne, così come spesso non mancavano di punteggiare i loro discorsi con l’espressione “non è bello ciò che è bello, è bello ciò che piace”, che altro non è che la critica del giudizio di Kant: Il giudizio di gusto determina il suo oggetto, per ciò che riguarda il piacere (in quanto bellezza), pretendendo il consenso d’ognuno, come se il piacere fosse oggettivo. Dire che questo fiore è bello val quanto esprimere la propria pretesa al piacere di ognuno. Il piacevole del suo odore non ha simili pretese. Ad uno piace, ad un altro dà alla testa. E che cosa si potrebbe presumere da ciò se non che la bellezza dovrebbe essere considerata come una proprietà dell’oggetto stesso, non regolata dalla diversità degli individui e dei loro organismi, ma su cui invece questi dovrebbero regolarsi, volendone giudicare? E nondimeno non è così. Perché il giudizio di gusto consiste proprio nel chiamar bella una cosa soltanto per la sua proprietà di accordarsi col nostro modo di percepirla. L’autocontrollo è la capacità fondamentale sottesa all’intelligenza emotiva, ed è cruciale per riuscire a crearsi una vita soddisfacente. La cosiddetta forza di volontà, che è in realtà una serie di meccanismi molto più complessi di quanto la semplice ed efficace locuzione possa far pensare, è un elemento indispensabile per stare bene, per raggiungere, per citare Bernard, quella condizione di equilibrio dinamico altrimenti detta salute, sia dal punto di vista fisico che da quello psichico (del resto noi umani, Sense8 insegna, siamo non solo animali sociali – si veda alla voce Aristotele – ma in risonanza limbica gli uni con gli altri): alcuni, come per esempio le persone che sono note perché, per dirla colloquialmente, quando si mettono in testa una cosa, in genere, anche se le condizioni non sono favorevoli, la ottengono, possono possederla in dosi più spiccate (c’è chi smette di fumare dall’oggi al domani, per dire, e non solo non ricomincia, ma nemmeno ingrassa, anzi, magari dimagrisce pure…), altri in quantità minore. Ma è davvero innata? La si può incrementare con l’esercizio? E perché i bambini che a quattro o cinque anni hanno dimostrato di saper aspettare anche per venti minuti ricevendo in premio il doppio dei dolci che altrimenti avrebbero potuto avere, ma in dose dimezzata, in qualunque momento suonando un campanello e chiedendo il permesso (dolci che avevano sempre davanti agli occhi, a pochi centimetri da loro: è questo il test del marshmallow del titolo, sviluppato negli anni Sessanta del secolo scorso e citato anche da Barack Obama) hanno poi ottenuto rispetto ai più impulsivi maggior successo nella vita sotto ogni punto di vista, a partire dal livello di autostima e da quello di frustrazione, dalle competenze e dal corso di studi? Mischel, psicologo nato a Vienna nel millenovecentotrenta, docente alla Columbia e a Stanford, passato a miglior vita nel duemiladiciotto, in questo testo capitale indaga l’uomo e l’anima, in maniera magistrale e con uno stile che avviluppa alla pagina: da non perdere.

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Una risposta a "“Il test del marshmallow”"

  1. Pingback: IL TEST DEL MARSHMALLOW di MISCHEL sul blog "Convenzionali"

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