Libri

“Panopticon”

Cover Fagan.Panopticon.Carbonio Editoredi Gabriele Ottaviani

L’uomo con la maschera da crostaceo mi guarda. Sa che ho paura e la cosa gli piace. Sono dovunque, sono centinaia, migliaia, tutti in attesa. Gli uomini mascherati hanno grossi occhiali tondi, e occhi gialli e bulbosi che scoppiano fuori dalle orbite. Tutte le maschere sono coperte di crostacei. “Posso farti una foto?”. Tengo in mano la mia macchinetta immaginaria, catturo le stampe nella mia galleria immaginaria, e loro mi fissano in silenzio. Alzo l’obiettivo e scatto. Clic. Clic. Clic-clic-clic. Gli uomini in maschera si scagliano in avanti, furibondi, quando un ragazzo con un vestito da donna si mette a correre verso di loro. “John! John, sono io, Anais. John, aspettami, ti prego!”. Lui grida qualcosa in risposta, ma non sento cosa dice. Qualcuno mi appare alle spalle. Sento il fiato sul collo quando mi afferra, e mi butta giù dal molo. Acqua. Freddo. Affogo, affogo, affogo. Tengo gli occhi aperti e guardo attraverso la luce torbida mentre affondo. È ora di arrendersi. John si tuffa per raggiungermi, nuota verso di me e mi afferra la mano, la tiene stretta; si gira e cerca di tornare in superficie portandomi con sé. Un bambino nuota verso di noi: è piccolo e ha il mento appuntito. Mi tocca il braccio e John mi lascia andare la mano e schizza via. Il bambino si gira verso di me e sorride. In bocca ha centinaia di minuscole zanne bianche. Si muove in ampi vortici sulla mia testa, finché l’acqua mi brucia i polmoni e io mi sento annegare. L’esperimento mi ha costruito una camera dove stare: sembra la mia ma non lo è. Mi vogliono così. I miei occhi brillano gialli e una peluria soffice mi ricopre il corpo: sono una di loro. Mi sono immersa nelle acque dei morti e anche io, adesso, detesto i vivi.

Panopticon, Jenni Fagan, Carbonio, traduzione di Barbara Ronca. Anais ha quindici anni. Appena partorita è stata abbandonata in un ospedale psichiatrico. Non sa nulla delle sue origini, e questo la addolora e assieme ossessiona. Si droga. Ruba. Spaccia. Compie atti vandalici. Passa da un istituto all’altro. È stata arrestata più volte di Pietro Gambadilegno e della Banda Bassotti messi insieme. La accusano di aver spedito in coma profondo una poliziotta durante un’aggressione. Lei ovviamente non ricorda nulla, era troppo fatta. In attesa della sentenza la mandano al Panopticon, appena fuori Edimburgo, in tutto e per tutto simile al carcere ideale teorizzato all’occaso del diciottesimo secolo dal giurista e filosofo Jeremy Bentham, una specie di alveare orwelliano dove inaspettata sboccia, come ginestra su terra vulcanica, la solidarietà. Dirompente, travolgente, devastante, irrefrenabile, irresistibile, eccezionale flusso di coscienza narrato in prima persona, è la prova narrativa magistrale e lisergica, opzionata per il cinema dalla società di produzione di Ken Loach, di un’autrice che non ha mai conosciuto i suoi genitori e che ha vissuto fino alla maggiore età fra una casa d’accoglienza e un istituto, e che denuncia quando la nostra società egoista e materialista non abbia la benché minima intenzione, al di là delle belle parole, di rivolgere uno sguardo pietoso e la forza di un’azione efficace verso gli ultimi e i bisognosi. Un libro semplicemente necessario.

Standard

Una risposta a "“Panopticon”"

  1. Pingback: PANOPTICON di Jenni Fagan (Carbonio Editore) su "Convenzionali"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...