Libri

“La sartoria di via Chiatamone”

51mQP1YZIRL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Da quando s’era spratichita con quel dannato numero, assegnato a ogni reggimento da quella specie di posta tedesca parallela a quella del Regno, e aveva visto che, con una certa regolarità, da quel numero, arrivavano lettere di Mario, s’era un po’ calmata. Aveva cominciato davvero a credere che Mario suo sarebbe tornato da quell’orribile viaggio che aveva dovuto fare, suo malgrado, fino al fronte russo. Quel martedì, era certa che sarebbe arrivata la solita lettera. Non si sa con quali conti di cuore di mamma aveva costruito quella certezza, ma tant’era. Aspettò, tranquilla, il portalettere ed ebbe pure la pazienza di aspettare che questi entrasse e uscisse da ogni palazzo del vicolo prima di quello suo. Non le fece nessun segno, però. Ma lei aspettò e basta. Col cuore che le batteva fino in gola per l’emozione. Non s’era nemmeno resa conto. Nell’eccitazione, non s’era resa conto che il portalettere, pur avendola vista fuori dal portone ad aspettare, non le aveva fatto alcun cenno. Così, quando se lo trovò davanti alla soglia del portone del palazzo, lo guardò per un attimo inutile e gli tese la mano con occhi impazienti. “Donna Luisè, oggi niente…”. “Comm’ nient’? Vir’ buon’, pe’ piacer’”. “…Nient’…”. Non disse una parola, Luisella. Chi l’avrebbe capita? Nicola le avrebbe fatto un cazziatone, guardaport’ e buon’, le avrebbe detto che era ’na femmen’ impossibil’, che non era quello il modo di augurarsi il bene del proprio figlio. Che Mario le avrebbe scritto appena avesse potuto. Inutile stare a preoccuparsi. Senza parlare, poi, di quello che avrebbero detto a casa da Carolina tutti quanti gli altri, compreso suo marito Gaetano. Si ritirò a casa come se niente fosse. Aveva pure trovato, lungo la via, una carretta che era venuta a vendere dai paesi vesuviani ’a ricott’ ’e fuscell’ e se n’era riuscita ad accaparrare due a poche lire. Come se niente fosse, era entrata in cucina e aveva messo i due cestini di ricotta sopra il marmo del tavolo. Poi, s’era allungata nel corridoio e, camminando camminando, davanti alla stanza della sartoria: “Carulì stong a cas’”. A Carolina non serviva la palla di cristallo con nessuno, nemmeno per leggere il futuro, figuriamoci per capire la sorella che aveva cresciuto. “E allor’?”. “Allor’, nient’…”. “Nisciuna letter’?”. “…Nisciuna…”. Carolina continuò, ago in mano, la sua impuntura. Stava sistemando il giromanica di un vestito di chiffon color cipria della baronessa Acton, che andava, non si sapeva bene dove, a una cena molto importante con suo marito, l’ammiraglio. Occhi sull’impuntura e ’a cap’ ’a ’n’ata part’. Dietro ai passi di Luisella. Passi di preoccupazione. Di dolore. Di paura. “Mannaggia ’a ’uerr’ e a chi ’a facett’…”.

La sartoria di via Chiatamone, Marinella Savino, Nutrimenti. Dal greco, rupe scavata da grotte; è questo il significato del nome della strada, abitata fin dalla preistoria, sede di riti mitriaci, cenobiti e orge, stretta, nel Borgo Santa Lucia, tra la parete rocciosa del monte Echia e il mare, citata anche da Jannacci, Modugno, Leopardi e Matilde Serao: via Chiatamone, Napoli. Anno del Signore millenovecentotrentotto, sedicesimo dell’era fascista, mese di maggio, giorno numero cinque, ma qui nessuno è siccome immobile, anzi, tutta la folla festeggia – deve farlo, non sia mai che siano dei disfattisti o peggio dei sovversivi bolscevichi – l’arrivo di Hitler: solo una ragazza si rende conto che quello non è che l’inizio della fine. E quindi, nella sua sartoria, s’ammazza di lavoro per prepararsi ai tempi bui che già come nubi nere s’approssimano densi all’orizzonte: ma… Il lemma capolavoro è trito e ritrito, e spesso attribuito a opere d’arte e d’ingegno che non meritano affatto tale considerazione: non pare però che esista parola più adeguata per questa storia travolgente come un’onda.

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