Intervista, Libri

Paola Cereda e la metà di noi

61E98WA1jJL._AC_US218_di Gabriele Ottaviani

Paola Cereda è l’autrice del bellissimo Quella metà di noi: Convenzionali la intervista con gioia.

Si può vivere senza segreti? A cosa servono, perché è difficile farne a meno?

I segreti non sono tutti uguali. Ci sono segreti che preservano spazi di intimità e che, quindi, sono importanti per proteggere ciò che più amiamo. Ci sono altri segreti che invece non riveliamo per paura di ferire chi ci sta accanto o per timore del giudizio altrui. È difficile fare a meno dei segreti perché, sotto certi aspetti, ci tutelano dalla ripetitività del quotidiano. Un segreto è un spazio di azioni possibili e di sentimenti che sfuggono dall’ordinario.

Dal punto di vista narrativo, il tema del segreto che caratteristiche ha? Come mai è spesso un efficace motore per il racconto?

Il tema del segreto è molto efficace perché semina indizi senza rivelare il filo principale che li renderebbe logici e lineari nell’immediato. Il segreto scatena nel lettore la voglia di sapere e, quindi, il bisogno di mettere ordine tra i pezzi del puzzle. Genera una fame narrativa che spinge a continuare la lettura.

Chi è Matilde?

Per i suoi vicini e parenti, Matilde è una maestra in pensione che, chissà per quale motivo, ha deciso di ricominciare a lavorare come badante in un appartamento del centro di Torino. Ma Matilde è molto di più: è una donna che va oltre le etichette di figlia, moglie e madre per fare delle scelte che costano care e che lei è disposta a pagare fino all’ultimo centesimo.

Torino è città esoterica, misteriosa, magica, alchemica: quali sono i suoi segreti?

Ho abitato in tante città ma solo per due ho provato nostalgia: Buenos Aires, dove sono stata per quasi tre anni, e Torino, dove ho fatto l’università e sono tornata dopo un lungo periodo all’estero. Queste due città, per me, hanno in comune la poesia dei caffè storici, la vivacità delle periferie, il miscuglio degli accenti, il colore dei mercatini di strada. Di Torino amo il Po, le passeggiate lungo gli argini del fiume e la sua grande capacità di essere generosa con chi la corteggia. Torino si disvela poco a poco, proprio come un segreto.

Matilde è stata maestra e ora badante: conduce dunque una vita in cui il prendersi cura degli altri riveste un’importanza fondamentale. Perché?

Passiamo gran parte del nostro tempo a prenderci cura di qualcuno o di qualcosa, nella nostra vita affettiva e/o in quella lavorativa. Spesso la cura è fatta di dedizione, cioè della qualità del tempo e dell’impegno che mettiamo in una relazione. Avere cura significa riconoscere l’altro in quanto prezioso e meritevole di essere accudito, preservato, nutrito.

Qual è l’importanza della cura nella società attuale, che pare sempre più rabbiosa, invidiosa, cattiva, egoista?

Anni fa, nei rapporti familiari era implicita la trasmissione del cognome, del sangue, del patrimonio e del dovere della cura. Oggi la cura non è più un dovere bensì è un bene che si può contrattare. Eppure prendersi cura di un altro significa accettare di entrare dentro una relazione che inevitabilmente modifica entrambe le parti. Con questo romanzo, mi interessava indagare proprio la complessità degli scambi e degli sguardi.

Qual è la vera identità di Matilde?

Matilde è una persona che vuole – e quindi si costruisce – una vita della misura che le sta meglio addosso. Non una vita perfetta, non necessariamente felice, ma di certo capace di avvicinarsi ai desideri.

Perché scrive?

Perché non posso farne a meno. Scrivo da quando sono adolescente, dapprima per mettere ordine tra i pensieri e i sentimenti, poi per riuscire a comunicarli. Ora per creare mondi in cui i lettori possano trovare storie o spunti utili al proprio quotidiano.

Il libro e il film del cuore, e perché.

Un libro fra tutti “La coscienza di Zeno” di Italo Svevo. È leggendo quel libro che scelsi, senza alcun dubbio, di diventare psicologa, per il modo in cui l’autore si calava dentro la profondità umana per riemergerne con la consapevolezza di una complessità impossibile da definire in tutti i suoi risvolti. Tra i film, “Train de vie” ha determinato addirittura il tema della mia tesi di laurea: l’umorismo inteso come la capacità di ridere prima di tutto di se stessi per affrontare al meglio la vita, tra lacrime e sorrisi.

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2 risposte a "Paola Cereda e la metà di noi"

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