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“Marricriai”

gutt 797di Valeria Zagami

Sono nata e cresciuta in una terra meravigliosa, un’isola dalla bellezza straordinaria. I colori, il mare, le spiagge e soprattutto le atmosfere sentimentali idilliache rendono la Sicilia un luogo davvero unico. Ma c’è qualcosa persino più attraente della bellezza estetica dei luoghi e dei paesaggi, ed è la lingua dialettale. Il siciliano ha una vasta gamma di parole che raccontano mondi e sensazioni, atteggiamenti culturali/visioni del mondo che consentono di interpretare la vita a seconda di alcune credenze che sono tramandate di padre in figlio, di fratello in sorella, di zio in nipote, da una generazione all’altra: nessuno è esente dall’invadenza del portato familiare. Mi ricordo perfettamente quando mio nonno allegramente utilizzava un termine particolarissimo che sanciva uno stato dell’essere e dell’esperienza sensoriale. Era solito dire ”marricriai” quando un evento particolarmente positivo si era manifestato nella vita quotidiana. Poteva essere legato alla piacevolezza di un gusto, di un sapore culinario estremamente buono, o di una sensazione di benessere dopo aver trascorso delle ore in buona compagnia. Era una dimensione esistenziale transitoria che descriveva un sommo piacere, ineludibile e soprattutto inconfondibile. Ancora oggi quando sono molto contenta e soddisfatta con il cuore, con la mente e con il corpo, ripenso alla risata contagiosa di mio nonno e dico anch’io a voce alta ”marricriai”, con una luce virtuosa che illumina il mio volto. Per questo consiglio a tutti di ”arricriarsi” il più possibile nella vita, e di farlo spesso insieme a coloro che amano.

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