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“Tornare a casa”

41SIAEMkZ5L._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Non ci eravamo mai scambiati regali, non era un gesto che faceva parte della nostra amicizia, ma il suo pensiero mi fece desiderare di aver dedicato un po’ di tempo per trovare qualcosa anche per lui. Tornato a casa, poggiai il pacchetto su uno scaffale della cucina, non avendo un albero addobbato, e continuai a osservarlo, a fissarlo. C’era un bigliettino attaccato sopra con scritto “Non aprirlo fino a Natale!” Come avrei fatto ad aspettare? Mancavano ancora due giorni e morivo dalla curiosità. Avevo ricevuto solo altri due regali, entrambi da zia Edna, e non avevo aspettato Natale per aprirli. Erano vestiti, camice di flanella, proprio quello che mi aspettavo. C’era anche il quintale di biscotti che mi aveva preparato Veronica, metà del quale era già stato divorato. Sapeva quanto mi piacessero quelli con la granella, che Dio la benedica. Forse, comunque, fu proprio grazie a quella frase sul bigliettino se aspettai ad aprire il regalo di Max. Forse anche perché già sapevo quanto il Natale fosse una cosa seria per lui, quanto lo amasse, e non volevo rovinare la sorpresa che mi aveva preparato. Mi svegliai la mattina di Natale, un’altra giornata tipica di L.A., tra smog, caldo e fin troppo silenzio fuori dalla finestra. Ancora a letto, pensai ai miei amici di Winchester, mi domandai cosa stessero facendo, se già erano insieme. E ovviamente pensai a Max. Perché non mi ero unito a loro? Mi mancava così tanto, più di quanto volessi ammettere. La verità può essere insidiosa, specialmente quando ancora non sei pronto ad accettarla. Quei momenti di chiarezza, quelli in cui ti accorgi di stare male perché il tuo miglior amico è a qualche fuso orario di distanza, possono lasciare il segno. Tale momento di illuminazione mi portò a farmi strada verso la cucina, a piedi nudi sul tappeto, e a strappare la carta di quel pacchetto come un bambino la mattina di Natale. Come se mi aspettassi un trenino o un camion dei pompieri, qualcosa di eccitante e inimmaginabile. Tolta la carta, trovai un involucro di velina con un biglietto sopra, che misi da parte. All’interno dell’involucro, avvolto con una cura incredibile, c’era un puntale da albero di Natale di porcellana, una stella delicata, lavorata a mano, risplendente d’oro, viola e rosso. Maxwell sapeva che non facevo mai l’albero, ne avevamo parlato quando l’avevo aiutato a portare il suo a casa. Sapeva che il Natale non era cosa per me, che non mi era mai piaciuto, malgrado l’insistenza di Edna. Mi si riempirono gli occhi di lacrime, mentre aprivo il biglietto per leggere il messaggio che mi aveva lasciato. 

Tornare a casa, Cooper Davis, Triskell, traduzione di Ciro Di Lella. Hunter è la quintessenza del macho, Harley compresa. Il problema è che, com’è noto, il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce. E le ragioni del suo cuore fanno sì che lui si innamori del suo migliore amico. E che per questo motivo scardini completamente tutta la sua vita, per essere finalmente quello che è, che ha scoperto di potere e volere essere: e ciò che vuole essere è il marito dell’uomo che ama. Ma una classica famiglia del Midwest, forse, non è proprio il clan dalla mentalità più aperta che esista: figurarsi poi quando non è nemmeno questo l’ostacolo più arduo da superare. In ogni modo… Intenso, coinvolgente, da leggere.

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