Libri

“L’uccello padulo”

41iLvgFShML._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Va così, che passi anni interi a dire e fare sempre le stesse cose, credi che la tua vita abbia un senso ma in realtà non sei sicuro neanche del motivo per cui ti alzi dal letto la mattina. Eoni interi ti sfrecciano davanti al naso con la velocità di una manciata di secondi. Lunghi anni passati a spendere capitali in cazzate, sniffare coca a più non posso, ingurgitare qualsiasi cosa ti venga messa davanti, baciare culi, leccare fighe e scoparti chiunque abbia voglia, in qualsiasi luogo e momento, di aprire le gambe per te. Tiri avanti le tue giornate come se fosse sempre lo stesso film ripetuto all’infinito, una pellicola deprimente in cui cambiano alcune comparse, a volte le location sono differenti, ma i dialoghi, le motivazioni dei personaggi e la morale di fondo sono sempre gli stessi. Poi accade qualcosa, conosci qualcuno, entri in un giro nuovo, e all’improvviso capisci che la vita, come la conoscevi tu, non era altro che una farsa, una prova generale di quello che ti aspettava subito fuori dalla tua zona comfort. Ho passato gli ultimi quattro giorni girando in lungo e in largo come una trottola impazzita. Ho venduto i miei Rolex per una discreta somma, aperto un libretto di risparmio a mio nome alla posta e versato i soldi, parlato con il padrone di casa e opzionato l’affitto di due appartamenti; per gli altri ci sarà da aspettare ancora un po’ ma mi è sembrato molto ben disposto. Ho visto Anima ogni giorno, e insieme a lei ho tirato giù conti, previsioni e programmi di spesa, e ho passato i pochi momenti liberi che avevo cercando di immaginare quale potesse essere il ruolo preciso di ognuno di noi all’interno della compagine. Ho conosciuto anche Robertino, il figlio di Anima, un bimbo bello e vivace con la pelle scura, gli occhi neri e un’esplosione di ricci in testa. Abbiamo trascorso la domenica pomeriggio ai giardinetti qui vicino e lui si è divertito tantissimo a farsi spingere sull’altalena da me. A un certo punto, per un attimo soltanto, ho creduto che Anima volesse baciarmi. Le nostre teste si sono trovate così vicine da farmi annusare il profumo dei suoi capelli senza dovermi sforzare. Lei è rimasta lì per qualche secondo, ma quando le mie labbra hanno iniziato a schiudersi si è tirata indietro tornando alla realtà, e a suo figlio che stava litigando con un bambino più grande di lui. È durato pochissimo, ma perlomeno è un inizio. O almeno così mi piace pensare. Ho progettato insieme ad Alfio un sistema di telecamere a circuito chiuso per poter controllare chi entra ed esce dal palazzo, comprato una batteria di pentole nuova fiammante che ha fatto gemere di piacere Ines e spiegato centomila volte a Gloria Pompatù che no, non possiamo appendere la sua foto su dei manifesti per pubblicizzare la nuova attività. Il bello è che, durante tutto questo tempo, non ho fatto altro che divertirmi come un matto. Il mio vecchio mondo sembra essere quasi scomparso, sbiadito all’orizzonte come un ricordo che va sempre più allontanandosi nella mia mente. Ho ricevuto solo un sms da Demetra, in cui mi chiedeva che fine avessi fatto e se avessi notizie di Skizzo, ma non ho neanche risposto. Ho capito che, quando fai qualcosa in cui credi davvero e che ti piace, non importa quante ore dedichi, quante telefonate, giri, appuntamenti e colloqui devi fare per stare dietro al tuo progetto, comunque non sei mai stanco. La fatica si rigenera da sola e diventa energia pura, quando sei concentrato su qualcosa che ti appartiene, che ti identifica. Anche adesso che sono le sei del pomeriggio e sono in piedi da quasi dodici ore, rientro in casa con una tale voglia di fare che non riesco a stare fermo.

Ventiquattro anni, figlio di una contessa e di un architetto di fama mondiale, vive ai Parioli in una costruzione che lui e la famiglia chiamano il Palazzo, per distinguerla dalla Villa di Porto Cervo, dallo Chalet di Saint Moritz e dall’Appartamento di Miami, solo, seminudo, senza un soldo in tasca, strafatto, abbandonato sul ciglio della strada, dalle parti di via Cristoforo Colombo, dopo l’ennesimo rave – finito male e anzitempo perché di fatto mentre si stava sollazzando con una fanciulla ben felice di farsi penetrare da dietro uno dei suoi sodali ha avuto la brillante idea di litigare con uno spacciatore – perché se l’è fatta addosso nella macchina di uno dei suoi due più cari amici, o presunti tali, Billo, al secolo Gianandrea Ludovisi, il più ricco, viziato, vizioso, nobile, affascinante e coraggioso di tutta la sua cerchia altolocata e ricchissima per cui la spesa per un’automobile equivale a quella per una t-shirt in saldo, si presenta ai lettori con una monumentale erezione in corso che lo fa definire da Madame Sophie – la trans che difende dall’aggressione di due uomini e che poi lo soccorrerà generosamente a sua volta, portandolo a casa sua, a riposare su lenzuola di cotone egiziano (probabilmente era egiziano solo il venditore) di fronte al quadro di Audrey Hepburn e al cospetto di Madame Gloria Pompatù (nomen omen, avrebbe detto Plauto), all’anagrafe Ciro – con l’epiteto che dà il titolo a questo esilarante, travolgente e irresistibile libro di Giovanni Lucchese, che scrive benissimo e ha intelligenza e ironia da vendere e da appendere, come si suol dire: L’uccello padulo, edito da Alter ego. Variopinto come e più del costume d’Arlecchino, è una geniale, corale, superba, raffinata e precisissima allegoria dei nostri tempi ipocriti, precari, bugiardi, vacui, moralisti e protervi, e non solo. Da non lasciarsi sfuggire per nessuna ragione.

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