Libri

“Il ragazzo di Auschwitz”

51lGD7TfqJL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Una parte di me era cambiata, e lo sapevo. Lo sentivo. Avevo smesso di piangere. Non che non provassi più nulla. Anzi. Ancora mi mancavano i miei genitori, e la mia famiglia era al centro di quasi ogni pensiero: sognavo a occhi aperti il momento in cui li avrei finalmente ritrovati, immaginando come sarebbe stato balzare tra le loro braccia, nell’attesa di poter tornare tutti a sorridere, abbracciarci e piangere di gioia. Ma avevo smesso di versare lacrime per il fatto che non stavo più con loro. Mi sollevai sui gomiti, strizzando gli occhi per il sole che sorgeva da dietro gli alberi. La primavera si era insinuata nel bosco e aveva spinto lontano a nord i venti gelidi. Adesso l’aria era tiepida e asciutta. Le foglie verdi luccicavano sullo sfondo del cielo azzurro, e l’unico suono era il respiro degli altri ragazzi vicino a me. Il mio cappotto di lana grigia, che mi era stato donato all’inizio dell’inverno, era umido di rugiada. Asciugarlo con le mani non serviva a niente. Mi alzai e lo scrollai, schizzando gocce in ogni direzione.

Il ragazzo di Auschwitz, Steve Ross, Newton Compton. Traduzione di Nello Giugliano. È una storia vera. Che si deve conoscere. Che non si può dimenticare. Che non si deve rimuovere. Che è obbligatorio ricordare. Perché la testimonianza è l’unico antidoto alla barbarie. È l’unica speranza che l’orrore non si ripeta. Peggiorato, se possibile. Perché l’odio è nella natura umana. È innato. Non muore. Mai. Va combattuto. Sradicato. Non bisogna abbassare la guardia. E tacere è colpevole complicità. Il protagonista ora è un uomo più che adulto, ma è stato, come tutti, un bambino. E i bambini di otto anni devono essere felici. Non internati in un campo di concentramento. Lui c’è stato. Ci ha vissuto, ammesso che quella fosse vita. Ha visto l’indicibile. E lo dice. Lo racconta. Indispensabile, oggi più che mai.

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